Apertamente

intervista a Angelo d'Orsi di Vittorio Bonanni, da Liberazione - Questi giorni Giulio Einaudi è tornato a far parlare di sé. Il 2 gennaio scorso infatti è stato ricordato il centenario delle sua nascita avvenuta appunto nel secondo giorno del 1912 a Dogliano, in provincia di Cuneo. Senza tema di smentita il figlio di Luigi, secondo presidente della Repubblica italiana, può essere considerato il più grande editore italiano e tra i più grandi e autorevoli del mondo. Lo abbiamo voluto ricordare parlandone con Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico presso l’Università di Torino. Possiamo innanzitutto ricordarlo come un antifascista, perché la sua casa editrice, fondata nel 1933, si caratterizzò fin da subito per la sua opposizione al regime.
L’Einaudi, oltre che da Giulio, fu fondata anche da Leone Ginzburg e Cesare Pavese. La prima idea relativa alla fondazione della casa editrice sembra sia venuta a casa di Leone, che è stato il vero ideatore della Einaudi senza dimenticare la grande passione di Giulio per i libri, in mezzo ai quali aveva sempre vissuto. Bisogna ricordare che suo padre, oltre ad essere un economista e uno studioso della politica, primo opinion maker in Italia e grande editorialista del Corriere della Sera, è stato anche un grandissimo collezionista di libri. La sua straordinaria biblioteca costituisce la base del patrimonio librario della Fondazione Einaudi di Torino. Come ricordò Giulio in una intervista, lui respirava l’odore della carta, dell’inchiostro. Insomma era un uomo nato nei libri. E già da allora l’elemento forte che emerge da Giulio Einaudi e che lo fa il più grande editore italiano del ‘900 e uno dei più grandi a livello internazionale, è il fatto che ha saputo sempre circondarsi di straordinarie figure di collaboratori.

Pur essendo lui, ricordiamolo, un uomo modesto culturalmente…
Sì, non si era mai laureato, aveva fatto studi irregolari, chiamava gli amici come Massimo Mila a dargli ripetizioni di latino al liceo. Era comunque consapevole dei suoi limiti e aveva due straordinarie qualità: la prima di annusare le novità culturali e di avere una enorme capacità intuitiva. La seconda, fondamentale per chi voglia costruire un’impresa di qualunque genere - politica, culturale od economica – quella di saper scegliere dei collaboratori migliori di lui, più bravi di lui. Lui sapeva che erano più bravi di lui e li sceglieva con un grandissimo talento. Certo, poi lui si riservava sempre l’ultima parola, però tenendo conto sempre delle opinioni di quelli che sapeva essere più preparati di lui. E già dalla fondazione si circonda di due personaggi che sono tra i migliori che ha avuto l’Italia di quell’epoca, appunto Ginzburg e Pavese. Entrambi letterati ma con una grande vocazione all’organizzazione culturale.

Poi bisogna aggiungere l’elemento politico….
Qui il discorso si fa più spinoso e complesso. Nel senso che Einaudi non ha mai militato nell’antifascismo, ma anche lì era circondato da antifascisti. E fu questo che lo mise nei guai. Nello stesso tempo il padre Luigi, che era senatore e che aveva un rapporto anche personale con Mussolini, esercitò fino ad un certo punto un ruolo di garanzia e di protezione. Garanzia rispetto al regime, che questi ragazzi non facessero delle bravate per così dire; e però anche di protezione appunto. Per cui quando poi effettivamente iniziarono le retate - la prima il 3 marzo 1934 che coinvolse il gruppo di Gl a Torino in cui molti dei collaboratori di Einaudi furono catturati e la seconda, decisiva, del maggio 1935 - dovette intervenire Luigi per proteggere il figlio. Il quale però fu arrestato e devo dire dai verbali degli interrogatori non ci fa una gran bella figura nel senso che lui ammette di sapere che i suoi collaboratori erano antifascisti ma dicendo anche che lui non lo era. Parla di Foa antifascista, il quale però era già conosciuto come tale. Da una parte dunque fa il delatore, ma sapendo che non avrebbe potuto nuocere più di tanto perché di Foa, appunto, si sapeva già che fosse un antifascista dichiarato e scoperto. Fa insomma una delazione che però non danneggia più di tanto la persona e nello stesso tempo lui si chiama fuori. Del resto quella, come è noto, era una tattica che usavano un po’ tutti e che fu riutilizzata anche nel ’68.

Possiamo dire che ci fu un rapporto ambiguo con il fascismo?
Un po’ ambiguo fu il rapporto con il regime con il quale bisognava pur convivere. Tenendo però conto che Giulio cominciò come amministratore della rivista “Riforma sociale” di Luigi Einaudi chiusa nel 1935 dal fascismo perché considerata antifascista, malgrado fosse una testata di studi politico-economico-sociali. Poi divenne amministratore di un’altra rivista, “La cultura”, nata nel tardo Ottocento, che dopo varie trasformazioni era finita in mano ad un gruppo di giovani, tutti sui venticinque, trent’anni, brillanti e di grande talento, alcuni decisamente antifascisti, come Leone Ginzburg. Altri criptofascisti, come Massimo Mila. Ed altri invece afascisti come Norberto Bobbio che però a loro volta si circondarono di persone direttamente implicate nella congiura contro il regime. D’altra parte la casa editrice doveva pur sopravvivere e quindi si pagarono dei prezzi. Per esempio furono pubblicati alcuni titoli non solo non ostili ma di omaggio al regime. Come quelli dedicati alle battaglie gloriose dell’esercito fascista in Etiopia, oltre che in Spagna. Però bisogna dire che furono poche cose. Diciamo che ci fu un onorevole compromesso con il fascismo.

L’altro aspetto straordinario di Einaudi riguardò la sua capacità, da liberale come era, di dialogare e lavorare con la sinistra e soprattutto con i comunisti…
Teniamo conto che la seconda grande stagione si caratterizzò dal fatto che Leone Ginzburg, malgrado il primo arresto nel ’35 e il confino a Pizzoli in Abruzzo, era ancora il capo della casa editrice come risulta dalle lettere. Poi venne liberato il 25 aprile del ’43, continuò a fare l’antifascista militante continuando a Roma a dare direttive alla casa editrice, fino a quando venne arrestato, torturato e ucciso nel carcere di Regina Coeli. E siamo nel febbraio del ’44. Dopo di che la grande figura che entrò in scena è quella di Cesare Pavese. Che aveva preso la tessera del Partito fascista ma era stato mandato al confino per coinvolgimento indiretto con l’antifascismo. Dopo il ’45 prima Pavese, poi Vittorini e più avanti Calvino divennero le figure chiave dell’Einaudi. E allora cominciò questo rapporto importante con il Partito comunista. Giulio arrivò a considerare ad un certo punto il Pci il grande baluardo in difesa della democrazia. Una intuizione che non era da poco considerando che lui non era comunista né lo sarebbe mai diventato. Nello stesso tempo trovò dall’altra parte un interlocutore attento come Palmiro Togliatti. Qui scattò quella che abbiamo chiamato “L’operazione Gramsci”, titolo del libro della mia allieva Francesca Chiarotto (con una introduzione dello stesso d’Orsi ndr). Cioè la scelta di pubblicare tutte le opere di Gramsci non nella casa editrice di partito ma presso un editore vicino al partito ma non di partito. E la scelta cadde sulla Einaudi. E questo per accreditare il Pci come un partito sì comunista ma italiano, e per dare alla figura di Gramsci il ruolo di grande figura ideale a cui tutti i democratici italiani dovessero guardare. Il rapporto con il partito restò complesso perché nella stessa casa editrice c’era una cellula comunista importante, e anche se il partito non esercitò delle pressioni restava comunque una relazione intensa. Passarono però anche molte scelte sgradite al Pci. Quindi l’idea che quest’ultimo decidesse quello che si pubblicava era una sciocchezza. Anche perché bisogna tenere conto, e questo è un altro elemento forte, che la casa editrice, benché avesse questo “deus ex machina” che era Einaudi, chiamato il principe, rispettava molto l’autonomia dei direttori di sezione e di collana. Tra cui troviamo personaggi come Delio Cantimori, che nel ’56 usciva dal Pci, e come Franco Venturi, azionista ed anticomunista viscerale fino alla fine. Quindi c’era una pluralità di posizioni ed era questo il bello della Einaudi.

E’ stata quella una grande stagione…
Iniziata nel 1945 fino ai primi anni ’60, anche dopo la morte di Pavese che si uccise nel 1950, mentre emergevano le nuove generazioni, rappresentate per esempio da Italo Calvino. Diciamo che non si era mai visto, come in quegli anni, in tutta la storia della cultura non solo italiana, un tale insieme di intelligenze quali quelle che si riunivano intorno al tavolo di via Biancamano nei mercoledì pomeriggio. Il fatto che ci fosse una casa editrice che decideva tutte le scelte editoriali con accanite discussione – per inciso adesso stanno uscendo integralmente tutti i verbali di quegli incontri - dimostra quanto fosse straordinaria quell’esperienza. C’erano discussioni che duravano settimane e settimane su un libro. E in queste discussioni c’era un’attenzione su ciò che accadeva fuori d’Italia, un’apertura alle nuove scienze, che erano state un po’ soffocate dal predominio dell’egemonia crociana o cattolica. C’è stata insomma una gestione che era insieme monocratica e democratica. C’era la figura dominante di Giulio che però teneva sempre conto dei margini di libertà e di autonomia dei singoli, di quelli che poi furono chiamati senatori. L’attenzione poi all’Europa ed agli altri mondi comportò un’opera di sprovincializzazione dell’Italia fascista e poi dopo dell’Italia passata, per dirla con Lelio Basso, ad un secondo regime, quello democristiano. Un lavoro fondamentale dunque, a tutto campo, quello della casa editrice che cominciò con la saggistica per poi allargarsi potentemente e fortemente verso tutte le dimensioni. Cercando di esercitare proprio un contraltare da una parte alla vecchia egemonia crociana e dall’altra alla nuova egemonia dei democristiani. Ma Einaudi non fu semplicemente la casa editrice del Pci o dello storicismo marxista. Ci furono apertura verso la filosofia analitica, tanto per dirne una, ed emersero appunto personaggi che ebbero un ruolo decisivo sia nella sede di Torino, come di Milano e di Roma, come Norberto Bobbio, il cattolico Felice Balbo, Franco Ventura, Ludovico Geymonat, che è stato il primo a creare una cattedra della filosofia della scienza in Italia, Giorgio Colli, grande esperto della sapienza greca ed antica, Luciano Foà che poi fondò l’Adelphi. E poi ancora Carlo Muscetta, Mario Alicata, Antonio Giolitti, Ernesto De Martino, che aprì all’antropologia e all’etnografia che nella cultura classica marxista erano malviste. Paolo Boringhieri, che poi fondò una casa editrice autonoma, Franco Rodano, un po’ il prototipo del cattocomunista, Natalia Ginzburg, Franco Chabod, Cesare Cases, Carlo Ragghianti e tanti altri. Tutti di formazione culturale assai diversa, che occupavano ruoli diversi nel mondo accademico e scientifico, Un altro aspetto interessante è che si dava molto spazio ai non accademici. Alcuni provenivano dal mondo comunista che era stato clandestino, qualcuno era stato legato al Partito d’Azione, altri invece erano estranei a questo mondo e venivano da esperienze diverse. E poi ci fu la grande crisi del ’56.

Scatenata dall’invasione sovietica dell’Ungheria…
Quando Togliatti parlò, sia pure privatamente in una lettera, di quei controrivoluzionari della cellula della Einaudi di Torino. Ci fu il famoso manifesto dei 101 intellettuali comunisti, molti dei quali poi si tirarono indietro. Però fu un momento fondamentale della diaspora. Cantimori uscì pur rimanendo vicino al Pci, Calvino no pur firmando la lettera e mantenendo una posizione critica. Pochi diventarono anticomunisti, alcuni sì e si allontanarono dall’agone politico. Certamente il ’56 fu un momento drammatico. Ci fu uno scambio di lettere molto interessante tra Togliatti e Giulio Einaudi, in cui quest’ultimo invitava il Pci a prendere una posizione netta contro la repressione sovietica e Togliatti gli spiegò privatamente che bisognerebbe farlo ma pubblicamente, disse, non possiamo farlo. E quindi prese la famosa posizione riassumibile “si sta con la propria parte anche quando la propria parte sbaglia”. Comunque l’idea che il Pci abbia dominato la casa editrice Einaudi è una sciocchezza. Tenendo conto anche di un altro elemento fondamentale: che l’Einaudi divenne uno dei grandi strumenti di costruzione di una nuova identità italiana e di acquisizione delle migliori tradizioni nazionali dopo il ’45. Se si pensa che cominciò a pubblicare le opere complete di Gramsci e anche di personaggi come Guido Dorso, un liberaldemocratico. O di Francesco De Santis, di Piero Gobetti e dello stesso Luigi Einaudi, costruendo una specie di gotha alternativo alla cultura fascista ma anche alla cultura dominante del cattolicesimo e fuori dai limiti e dalle costrizioni della posizione comunista.

Dopo gli anni ’60 iniziò una fase diversa e più problematica fino ad arrivare al ’94, quando Einaudi divenne di proprietà di Mondadori e dunque di Berlusconi, e al ’99 quando Giulio muore. Si può far coincidere questa parabola un po’ triste con la crisi totale e drammatica della sinistra italiana oppure il cambiamento degli assetti proprietari della casa editrice torinese ha un suo percorso autonomo?
Qualche interrelazione c’è anche se non vedrei un nesso meccanico. Diciamo che nei primi anni la casa editrice cercò di conservare disperatamente una propria autonomia e la pressione della proprietà non si fece sentire fino a poco dopo la morte di Giulio. Quando lui scomparve e venne meno un po’ questa figura di garanzia che garantiva appunto che la casa editrice non diventasse un’altra cosa la situazione divenne più difficile. Anche se la casa editrice ha sempre detto e ribadito, come nel caso Saramago, che non ci sono mai stati condizionamenti. Ma se certamente non ci sono state pressioni si sono invece verificate della autocensure. Era accaduto anche con il libro di Paul Ginsborg su Berlusconi, dove la versione inglese è un po’ diversa da quella italiana. Ricordo, tornando ad Einaudi, che durante una delle ultime conversazioni che ebbi con lui, quando gli dissi che la sua casa editrice stava diventando una tra le tante lui mi rispose, “sì, forse hai ragione però finché sarò in vita io non pubblicherà mai opere di Alberto Bevilacqua”. Poi ho notato il fatto che morto Giulio, Einaudi pubblicò ben due titoli dello scrittore emiliano. Un piccolo segno ma significativo. Giulio non avrebbe mai accettato di pubblicare “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”. Sono tutti segnali che certo hanno a che fare con il mutamento dei tempi ma anche con il venir meno di quella sia pur relativa egemonia della cultura progressista di sinistra in Italia che certamente ha a che fare con quell’aspetto politico a cui facevamo riferimento.

News - Notizie

Galleria fotografica

logo

L'Associazione, senza fini di lucro, ha lo scopo di promuovere e diffondere i valori e la cultura del riformismo, i valori della giustizia sociale e delle libertà civili. Nel solco della storia e della cultura del socialismo democratico e del liberalismo, l'Associazione si propone di affrontare i diversi temi politici, economici e sociali, attraverso il metodo dell'analisi e della discussione.
L'Associazione si propone di realizzare occasioni pubbliche di incontro e dibattito al fine di diffondere e radicare nella società un approccio intellettuale concreto ed oggettivo nell'analisi dei problemi del mondo contemporaneo, con particolare riguardo alla realtà locale/regionale.

Array

NOTA! Nel rispetto della Direttiva 2009/136/CE, continuando a navigare nel sito si accetta l'utilizzo dei cookies. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information