Apertamente

di Fabrizio Maronta - RUBRICA AMERICA E DINTORNI. L'immigrazione verso gli Usa dal Messico è in calo e non dovrebbe essere un argomento prioritario nella campagna per le presidenziali, ma lo sarà: la retorica della sicurezza è il piatto forte dei repubblicani. A rigor di logica, l'immigrazione illegale dal Messico non dovrebbe essere in cima all'agenda elettorale delle presidenziali 2012. Non che la questione non sussista; ma essa, al momento, non presenta quel carattere d'emergenza che, a torto o a ragione, le è stato attribuito in altri momenti. La ragione sta nei numeri. Nell'ultimo anno fiscale (conclusosi a settembre), la polizia di frontiera statunitense ha intercettato 328 mila persone che tentavano di entrare clandestinamente negli Usa dal confine meridionale: tanti, ma pur sempre il 27% in meno rispetto al 2010 e mai così pochi dagli anni Settanta ad oggi. Ancor più rilevante è che, stando ai dati del governo messicano, nel 2010 il numero di aspiranti emigrati (verso gli Usa) ha eguagliato quello dei rimpatri (dagli Usa). Per i molti messicani - e latinoamericani in genere - che aspirano ad andare al Norte (nord), altrettanti fanno le valigie e tornano a sud. Perché? It's the economy, stupid, direbbe Clinton (Bill). Nell'ultimo biennio l'economia messicana è cresciuta in media del 5,5%: circa il doppio di quella statunitense, che invece in questo lasso di tempo ha distrutto quasi 10 milioni di posti di lavoro, specialmente nel settore edile (in cui, come ovunque, è impiegata molta manodopera immigrata). A ciò si aggiunge la violenza senza quartiere in molte aree del Messico settentrionale, in mano ai cartelli della droga e il costante incremento di uomini e mezzi dispiegati da Washington e dagli Stati di confine a protezione della frontiera.

Tuttavia, com'è noto la logica si applica solo in parte alla politica. La retorica e la pratica della sicurezza pagano elettoralmente, specialmente nell'affollata corsa repubblicana alle primarie, dove (almeno sulla carta) ben 15 candidati si contendono il favore di un elettorato sensibile al tema dell'“invasione da Sud”.

Restringendo il campo ai favoriti, le posizioni variano, ma non di molto. Il più intransigente è Mitt Romney, acceso fautore della costruzione di una barriera lungo tutto il confine come mezzo di dissuasione degli attraversamenti: progetto vecchio e controverso, essendo la frontiera lunga oltre 3 mila chilometri. Romney è inoltre contrario all'istituzione di un iter privilegiato di accesso alla cittadinanza per i residenti stranieri di lungo corso, mentre sostiene l'inasprimento delle sanzioni per i datori di lavoro statunitensi che impiegano consapevolmente manodopera irregolare.

Anche Newt Gingrich è per un approccio legislativo “muscolare”: oltre al rafforzamento delle sanzioni, propugna infatti una stretta dei requisiti per l'accesso legale al paese. A differenza di Romney, però, sostiene la regolarizzazione dei residenti di lungo corso, ancorché non la loro naturalizzazione (ovvero la concessione della cittadinanza).

Il terzo front runner, Rick Perry, da governatore del Texas (Stato di frontiera) firmò nel 2001 una legge che garantisce ai figli degli immigrati illegali l'accesso all'istruzione e recentemente si è espresso contro la costruzione della barriera di confine, indicando nell'aumento dei pattugliamenti il miglior mezzo di contrasto degli ingressi irregolari. Quanto agli immigrati illegali già presenti negli Usa, Perry ne auspica la detenzione e l'espulsione rapida, a prescindere dal periodo di residenza. Ciò contrasta in parte con il provvedimento del 2001, il cui effetto pratico è l'inserimento sociale dei minori di origine straniera e, di riflesso, delle loro famiglie.

Sull'argomento, la politica di Barack Obama ha oscillato sinora tra repressione e (tentativi di) riforme. Il numero di agenti di frontiera rispetto al 2004 è raddoppiato (da 10 mila a quasi 21 mila); l'amministrazione in carica ha inaugurato l'era del pattugliamento con aerei senza pilota (droni) e ha installato quasi mille chilometri di barriera frontaliera, pari a circa 1/3 della lunghezza del confine. Parallelamente, come parte del progetto di riforma della legislazione sull'immigrazione, ha proposto un inasprimento delle sanzioni per i datori di lavoro che impiegano manodopera clandestina e un potenziamento del sistema di concessione dei visti, soprattutto per quanto concerne la verifica dei requisiti del richiedente.

Il pezzo forte della riforma, tuttavia, su cui la stessa si è impantanata per l'intransigenza repubblicana, consiste nell'istituzione di un iter di legalizzazione dei circa 11 milioni di clandestini presenti negli Usa e di una “corsia preferenziale” di naturalizzazione per i residenti di lungo corso, ovvero per i giovani che hanno frequentato l'università o hanno militato nelle Forze armate.

Per ora queste proposte rimangono sulla carta. Ma la questione dei residenti irregolari, molto più di quella degli ingressi da sud, è un nodo che prima o poi dovrà essere sciolto. Più prima che poi.

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