Apertamente

di Adriano Remiddi - Il 2011 per i paesi balcanici è stato l’anno dei censimenti. Quella che altrove sarebbe considerata una semplice inchiesta statistica sulla popolazione, da Zagabria a Skopje è diventata la questione politica più calda dell'anno. Il censimento è un argomento sensibile nella penisola balcanica: qui le divisioni etnico-religiose sono state alla base dei conflitti degli anni Novanta, quando milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro terre di origine. Fortemente voluti da Bruxelles in concomitanza con quelli dei 27 membri dell’Unione Europea, i censimenti nell’ex Jugoslavia e Albania sono considerati una chiave di lettura per valutare i progressi nel cammino verso l’integrazione europea della regione, ma c'è il rischio che possano avere pesanti risvolti politici, risvegliando tensioni etniche mai risolte. Infatti l'aggiornamento dei dati demografici ha avuto (e sta avendo) forti conseguenze nei rapporti fra gli Stati, riaprendo antiche ferite e nuove frustrazioni che hanno portato spesso al boicottaggio e allo spostamento delle operazioni statistiche.

Ciò è accaduto perché i censimenti non forniscono solo un mero conteggio delle teste, ma scattano una fotografia della precisa situazione etnica e sociale dei paesi interessati, svelando la reale composizione demografica e i trend migratori, favorendo la legittimazione di politiche regionali e aiutando analisi precise degli investitori stranieri. Ecco gli esiti nei sei Stati della regione.

La Croazia, dal 2013 membro dell’Unione Europea, ha svolto il suo censimento in aprile. I risultati preliminari sono stati già pubblicati e hanno scatenato un dibattito acceso a Zagabria. I conti infatti non tornano, perché se il numero degli abitanti censiti è 4.290.612, sembra che in Croazia ci siano più votanti che abitanti in alcune municipalità.

Questa incongruenza deriva da due caratteristiche della demografia recente della Croazia. Il primo è l’inclusione dei cittadini di origine serba che hanno lasciato la Croazia durante la guerra ma che continuano a esservi registrati, godendo quindi del diritto di elettorato passivo. Il secondo è la presenza di cittadini di origine bosniaca che, nonostante vivano in Bosnia Erzegovina, non rinunciano alla residenza in Croazia per godere di benefici sociali, come sussidi di maternità o disoccupazione.

Non bastasse, ci sono molti cittadini croati che mantengono la residenza in piccole municipalità nonostante si siano spostati nei centri urbani più grandi, al fine di evadere aliquote di imposta maggiori. Lo stesso fanno molte imprese che si registrano in aree particolari del paese per beneficiare degli stessi vantaggi fiscali. Di certo lo sviluppo sociale ed economico non può essere raggiunto senza la condivisione di un senso di responsabilità pubblica e di rispetto per le leggi, di cui il censimento mostra una sostanziale mancanza.

Anche in Montenegro, candidato ufficiale all’ingresso nell’Ue, il censimento della popolazione è stato condotto in aprile. I dati sono stati attesi con tensione a Podgorica, perché visti come potenziali destabilizzatori del processo di State building in atto.

I mesi precedenti allo svolgersi del censimento si sono trasformati in uno scontro politico tra fazioni pro e antiserbe, a confermare che la spaccatura creata dal referendum per l’indipendenza del 2006 è ancora vivissima. I partiti si sono mobilitati come se ci fossero in ballo le elezioni politiche, considerando la rilevazione statistica come un test sulla legittimità del Montenegro e della sua “nuova” lingua.

I risultati del conteggio hanno rivelato una popolazione di 625.266 abitanti, divisi tra un 45% di montenegrini e un 29% di serbi, risultato incoraggiante per il giovane Stato ex jugoslavo considerando che il precedente censimento del 2003 dava alla componente montenegrina una maggioranza relativa del 43,16%.

Cattive notizie per Podgorica arrivano invece dal fronte della lingua montenegrina, riconosciuta come propria solo dal 37% degli abitanti, contro il 44% a favore di quella serba. Il censimento sembra rivelare che gli intenti di ingegneria sociale messi in atto dal governo non hanno ancora dato i frutti sperati e che i cittadini non accettano le etichette etniche e linguistiche auspicate.

In Albania, che ha status di candidato potenziale all’Ue, il censimento è stato posticipato da aprile a ottobre, ufficialmente per evitare la sovrapposizione con la campagna elettorale delle elezioni locali di maggio. In realtà, però, lo slittamento delle operazioni statistiche è dovuto soprattutto alle questioni etniche e religiose che sono esplose con l’avvicinarsi del censimento.

Da quando il governo albanese nel 2010 ha dichiarato che il censimento avrebbe incluso domande sull’appartenenza etnica e sulla confessione, il panorama politico si è riscaldato e 52 intellettuali, tra cui gli ex presidenti Alfred Moisiu e Rexhep Maidani, hanno firmato una petizione che vi si opponeva. A loro avviso i diritti di confessione e di appartenenza etnica sono garantiti dalla costituzione, che però non fa obbligo di dichiararle. In realtà i timori vertevano soprattutto sulla paura che Tirana avesse accettato di introdurre la questione religiosa ed etnica nel nuovo censimento sotto la pressione del governo greco.

Una parte dell’opinione pubblica albanese è molto sensibile all’irredentismo greco in Albania e nel nord dell’Epiro, e teme che i dati demografici raccolti possano riaccendere le mire revisioniste elleniche, soprattutto alla luce del fatto che Atene permette a molti albanesi di chiedere la nazionalità greca e di approfittare in questo modo delle generose pensioni che la Grecia accorda alle sue minoranze. Nonostante i boicottaggi e le polemiche roventi, il direttore generale dell’Istituto nazionale di statistica (Instat) Ines Nurja si è detto soddisfatto della conduzione delle rilevazioni e ha annunciato che i risultati verranno pubblicati entro la fine di dicembre.

Anche in Macedonia, candidato ufficiale a Bruxelles, il censimento è passato attraverso mesi di negoziazione molto travagliati. Skopje è stata costretta inizialmente a posticipare le operazioni demografiche da aprile a ottobre per le elezioni parlamentari di giugno, ma le proteste politiche erano già nell’aria.

La questione principale è rappresentata ancora una volta dalla registrazione dei cittadini macedoni residenti all’estero e coinvolge la grande comunità albanese. A dispetto degli standard Eurostat imposti nei censimenti del 2011, la componente albanese insisteva per includere nel conteggio anche gli abitanti domiciliati all’estero da più di 12 mesi, accusando il governo macedone di voler deliberatamente diminuire il numero di albanesi sul territorio.

La disputa etnico-statistica ha capitalizzato l’attenzione di tutto il paese, dei media e della politica senza che si potesse trovare un accordo tra le parti. Infatti, nonostante le operazioni fossero iniziate il primo ottobre, per via delle pressioni bilaterali la commissione statale per il censimento ha rassegnato le sue dimissioni a soli quattro giorni dalla fine delle rilevazioni, costringendo il governo ad annullarle. Le opposizioni indicano il governo come responsabile della debacle, insistendo perché l’esecutivo rimborsi di tasca propria i 14 milioni di euro sprecati. Per ora non è dato sapere quando le operazioni verranno riprese.

Anche in Serbia, altro potenziale candidato, ci sono stati ritardi rispetto alla calendarizzazione, e il censimento, previsto inizialmente in aprile, è stato rimandato a ottobre a causa della mancanza di fondi nelle casse dello Stato; è dovuta intervenire l'Unione Europea per aiutare finanziariamente Belgrado.

Le operazioni statistiche, le prime dal 2002, hanno suscitato forti contestazioni e insistenti campagne per il boicottaggio da parte delle minoranze albanesi, bosgnacche (musulmani di Bosnia) e kosovare. Le proteste hanno due motivazioni principali: il ricordo del criticatissimo censimento del 2002, quando la Serbia aveva manomesso i dati per limitare il numero di bosniaci musulmani, e la componente linguistica, poiché le minoranze insistevano per ricevere questionari non esclusivamente in cirillico ma anche nelle proprie lingue in modo da garantire più trasparenza (nel 2002 erano gli impiegati dell’ufficio statistico a dover tradurre dal serbo).

Alla fine è stato raggiunto un accordo e i moduli sono stati stampati anche in latino, indebolendo le pressioni per il boicottaggio da parte dei bosniacchi nel Sangiaccato e dagli albanesi nel sud del paese. I risultati preliminari sono stati resi pubblici recentemente e attribuiscono alla Serbia una popolazione di 7.524.164 abitanti, che conferma le paure iniziali sulla “diaspora” in atto. In un decennio dal paese sono uscite più di 300 mila persone, molte delle quali altamente qualificate, confermando il trend per cui il numero dei serbi all’estero è approssimabile a quello dei serbi rimasti in patria.

In Kosovo il censimento si è svolto regolarmente dal primo al 15 aprile scorsi e per la prima volta dall’indipendenza del paese, a seguito di una lunga preparazione iniziata nel 2003 sotto l’assistenza di Eurostat e dell’italiana Istat. I risultati sono stati pubblicati a novembre e sono molti discussi.

La popolazione risulta essere di 1.733.872 abitanti, ma non è stata inclusa nel conteggio la maggioranza serba delle municipalità al nord, che hanno boicottato le rilevazioni per timore di manipolazioni sui dati. La componente serba infatti gode di vantaggi sociali concessi da Pristina per ottenere il riconoscimento occidentale, ma si scontra adesso con i cittadini kosovari che non accettano più di concedere certi privilegi a una comunità di sole 115 mila persone.

A rendere ancora più discutibili gli esiti del censimento c’è il rapporto tra abitanti e votanti, poiché il numero degli elettori (1,630,636) è prossimo a quello dei residenti censiti, dato incoerente con le precedenti stime che davano il 30% della popolazione kosovara sotto i 18 anni. Il margine di errore sembra essere più ampio del dichiarato e la legittimazione dei risultati del censimento è piuttosto bassa agli occhi degli operatori internazionali.

La situazione più critica resta quella della Bosnia Erzegovina, candidato potenziale all’Unione Europea, che contro tutti gli auspici di Bruxelles resta il solo paese a non aver neanche iniziato il censimento. In Bosnia la demografia è una vera high politic che porta a galla tutte le incongruenze della giovane repubblica federale.

Alla base dello stallo c’è il boicottaggio dei deputati dell’Alleanza dei social democratici indipendenti, partito indipendentista della Repubblica Srpska, che fanno appello alla costituzione per bloccare il censimento. L’articolo 48 della carta sancisce che i risultati del censimento del 1991 devono essere considerati come validi fin quando tutti i rifugiati del periodo bellico non abbiano fatto ritorno nelle proprie case.

Gli esecutivi bosniaci, nelle tre componenti serba, croata e musulmana, non sono riusciti finora a trovare un compromesso. La partita si gioca soprattutto sul nodo dei quesiti su appartenenza etnica, religiosa e linguistica, ai quali i musulmani si oppongono nel timore che i dati possano delegittimare la rilevanza della loro componente nella Repubblica Srpska, ponendo ulteriori questioni sulla legittima esistenza della federazione bosniaca stessa.

La decisione di boicottare la votazione della legge sul censimento, da parte dell’Alleanza dei social democratici, ha fatto si che non si raggiungesse il quorum alla Camera alta, decretando di fatto l’inizio dello stallo. L’ambasciatore dell’Ue in Bosnia ha definito il ritardo delle rilevazioni statistiche come “un rischio verso il maggiore isolamento della Bosnia Erzegovina” che oggi si stima abbia una popolazione compresa tra i 3.800.000 e i 4.300.000 abitanti, senza che nessuno ne abbia la certezza.

La demografia, si è visto, recita un ruolo di primo piano nei Balcani e rimane una sfida più che mai aperta per questi giovani paesi in transizione. Una volta che tutti i censimenti saranno conclusi e tutti i dati definitivi pubblicati, le informazioni ottenute rappresenteranno la base per analizzare il reale grado di modernizzazione e sviluppo della regione, permettendo la creazione di politiche economiche e nuove riforme sociali che possano stabilizzare la penisola ed avvicinarla sempre di più alle richieste di Bruxelles. Sempre che Bruxelles rimanga un obiettivo credibile.

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