Apertamente

di Matteo Dian - Anche dopo la scomparsa di Kim Jong-il, gli interessi divergenti di Usa, Cina, Corea del Sud e Giappone delineano uno scenario di instabilità. I militari puntano a mantenere il potere proseguendo la strategia della sopravvivenza del Caro leader. La morte di Kim Jong-il e la successione del figlio terzogenito Kim Jong-un hanno aperto il dibattito tra gli analisti sull’evoluzione del regime nordcoreano e sugli effetti che questa può avere sulla sicurezza dell’Est asiatico. Durante il regno del Caro leader il regime di Pyongyang ha rappresentato la minaccia più concreta e pressante per la sicurezza e la stabilità dell’intera area. Kim Jong-il ha legato la sua strategia della sopravvivenza, sia per quanto riguarda la sicurezza e la politica estera, sia per il mantenimento del potere a livello domestico, al programma nucleare e missilistico.

Il primo ha portato alla costruzione di diversi ordigni atomici, testati ripetutamente dal 2006. Il secondo ha portato all’acquisizione di missili a medio raggio e al tentativo costruire missili intercontinentali. Mentre questi ultimi, chiamati Taepo Dong 2, non hanno superato i test e si sono rivelati inefficienti, dal 1998 Pyongyang ha dimostrato di poter colpire - oltre alla Corea del Sud - il Giappone con missili a medio raggio, quali i Taepo Dong 1 e i No Dong.

Il problema del programma nucleare e balistico nordcoreano è stato affrontato dalla comunità internazionale e dalle principali potenze dell’Asia-Pacifico attraverso il framework negoziale multilaterale dei Six party talks (Spt), che però non hanno raggiunto il loro obiettivo finale (la completa denuclearizzazione della penisola) né hanno impedito a Pyongyang di proseguire con i test.

Il fallimento dei Spt è legato a due fattori principali. In primo luogo, l’intenzione del regime nordcoreano di non permettere la completa denuclearizzazione della penisola e la ferma volontà di mantenere in vita il programma nucleare. Come hanno messo in evidenza Jennifer Lind e Daniel Byman, “la bomba” è la pietra angolare della strategia della sopravvivenza del regime dei Kim. Da un lato, la minaccia nucleare ha permesso di accedere a notevoli aiuti economici da parte di Giappone e Stati Uniti. Dall’altro, ha negato a questi ultimi e alla comunità internazionale ogni opzione di regime change o qualsiasi altra forma di intervento militare.

Gli esempi dell’Iraq prima e della Libia poi mettono in evidenza l’utilità strategica del possesso di armi di distruzione di massa. La “lezione libica” appare particolarmente significativa agli occhi del regime dei Kim. Gheddafi, dittatore divenuto amico dell’Occidente, è stato eliminato politicamente e fisicamente non appena le circostanze lo hanno costretto a usare la forza per mantenere il potere.

L’impossibilità di raggiungere la soluzione definitiva del problema, ovvero la completa denuclearizzazione della penisola, ha messo in evidenza le differenze di interessi e il mancato coordinamento tra i protagonisti dei Spt, determinando il fallimento dei negoziati. La diplomazia coercitiva multilaterale, infatti, ha bisogno di un complesso bilanciamento di minacce e incentivi e di coordinamento tra tutti gli attori coinvolti.

I Spt erano simili al gioco della “caccia al cervo”. Se tutti gli attori collaborano è possibile catturare un cervo (l’obiettivo maggiore, la denuclearizzazione). Il comportamento non cooperativo di alcuni attori indurrà tutti gli altri a cercare il proprio interesse particolare e “cacciare ognuno il proprio coniglio”. Esattamente ciò che è successo durante i Spt. Dal 2002 al 2009 Stati Uniti, Corea del Sud, Cina e Giappone hanno cercato di soddisfare i propri interessi, che, denuclearizzazione totale a parte, sono diversi se non contrapposti.

Il Giappone, dopo un primo periodo di distensione in seguito al vertice Koizumi-Kim del 2002, ha rappresentato di fatto un freno per i negoziati. La sua posizione è stata influenzata da due fattori, di cui il primo è la questione dei rapimenti. Il regime di Pyongyang dagli anni Settanta in poi ha rapito numerosi cittadini giapponesi, e dal 2002 ha usato le loro vite come strumento negoziale. La questione ha suscitato un'ondata di sdegno e risentimento contro Kim Jong-il e ha costretto il governo ad abbandonare la posizione conciliante assunta da Koizumi nei primi anni del suo mandato.

Dall’altro lato, diversi analisti sottolineano come Pyongyang rimanga per il Giappone “la scusa perfetta” per proseguire il suo percorso di normalizzazione e di abbandono dei vincoli dettati dalla sua costituzione pacifista. Per l’opinione pubblica un legame esplicito tra normalizzazione giapponese e ascesa militare cinese rimane ancora un tabù. Per questo l’esistenza della minaccia coreana facilita il compito del governo nel fare accettare all’opinione pubblica e agli Stati confinanti l’evoluzione della propria strategia di sicurezza e difesa.

L’interesse cinese è rivolto sia ad evitare il collasso del regime sia ad allontanare ogni ipotesi di riunificazione tra le due Coree. Pechino teme l’eliminazione dello Stato cuscinetto tra il confine cinese e la Corea del Sud, alleato degli Stati Uniti. Ad oggi in Corea sono schierati circa 30 mila soldati americani. In caso di unificazione, questi probabilmente verrebbero in parte spostati al Nord, ai confini con la Repubblica Popolare. Il mantenimento di uno Stato cuscinetto tra il proprio territorio e quello di un alleato degli Stati Uniti come Seoul rappresenta un obiettivo strategico prioritario fin dalla creazione della Repubblica Popolare e dall’intervento nella guerra di Corea negli anni Cinquanta.

L’interesse di Seoul è più complesso. Da un lato Pyongyang rappresenta una minaccia fondamentale per la sicurezza dello Stato, anche senza il programma nucleare. La capitale sudcoreana è infatti a soli 40 chilometri dal confine e potrebbe essere colpita anche in modo convenzionale. Se la presenza del regime dei Kim è un problema, il suo collasso avrebbe conseguenze drammatiche, date le differenze sociali ed economiche tra i due paesi. L’integrazione del Nord minerebbe la stabilità sociale della Corea del Sud e ne frenerebbe in modo decisivo lo sviluppo economico.

La prospettiva degli Stati Uniti è ancora diversa. Per Washington i problemi sono due. Il primo è la solidità del regime di non proliferazione nucleare. Il successo della strategia della sopravivenza del rogue state nordcoreano attraverso il programma nucleare costituirebbe un pericoloso precedente e rappresenterebbe un danno notevole per la tenuta del regime di non proliferazione a livello globale. Il secondo è la presenza di una minaccia militare concreta rivolta contro i principali alleati nell’Asia orientale, ovvero Corea del Sud e Giappone.

La gestione della questione nordcoreana rappresenta quindi una sorta di test permanente per la solidità delle alleanze e per la capacità americana di garantire deterrenza estesa nei confronti degli alleati. Per questo gli Stati Uniti sono interessati ad assumere una posizione negoziale più intransigente rispetto agli altri e a non accontentarsi di soluzioni parziali, differenti dalla completa rinuncia al programma nucleare.

La storia dei Six party talks ha messo in evidenza che quando Pyongyang ha assunto una posizione negoziale più intransigente queste differenze sono emerse con chiarezza. Il periodo di transizione, con il consolidamento della nuova leadership, probabilmente tornerà a mettere in evidenza le divergenze tra le potenze regionali che si trovano a gestire il problema.

Il nuovo leader Kim Jong-un non avrà lo stesso controllo assoluto del potere detenuto dal padre. Data la giovane età e l’inesperienza politica probabilmente rappresenterà una figura cerimoniale più che un capo carismatico. La morte del Caro leader probabilmente metterà in evidenza le divisioni dell’elite del regime. L’attuale sistema, infatti, rappresenta un bilanciamento tra gruppi e interessi diversi rappresentati dagli apparati di sicurezza, l’esercito, il partito, oltre che dalla famiglia Kim.

Con la scomparsa di Kim Jong Il le contraddizioni e i contrasti tra gruppi potrebbero emergere con più forza. Di conseguenza la politica estera e la gestione del programma nucleare potrebbero risentire dell’incapacità della leadership di mettere in campo una condotta coerente, a causa della competizione per il potere e il controllo della politica estera dei vari gruppi. In questo senso la Corea del Nord potrebbe assomigliare alla Cina nel periodo di transizione tra la morte di Mao e il consolidamento del potere di Deng, o all’ Urss post-brezneviana, ovvero un regime attraversato da lotte intestine e comportamenti poco coerenti in politica estera.

L’instabilità e le divisioni interne rappresentano, almeno nel breve periodo, un ostacolo notevole per la ripresa dei negoziati e per qualsiasi progresso significativo sulla questione nucleare. In primo luogo, perché l’impossibilità di prendere impegni coerenti e di lungo periodo impedisce al regime di agire in modo efficace all’interno di una cornice negoziale complessa come quella dei Spt. In secondo luogo, il programma nucleare rappresenta lo strumento più sicuro per i militari per mantenere il potere. La nuova leadership probabilmente assumerà una posizione di confronto in particolare verso Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone per consolidare la propria legittimità e dimostrare di poter continuare la “survival strategy” già messa in campo dal Caro leader. La probabile incoerenza del regime contribuirà a far riemergere le differenze di interessi tra le potenze regionali che abbiamo descritto.

Un ulteriore elemento di complicazione è rappresentato dai vincoli domestici che condizionano l’approccio alla questione nordcoreana di tutti gli attori coinvolti nei negoziati. Il 2012 sarà un anno elettorale negli Stati Uniti e in Corea del Sud. Fino alle elezioni, nessuno di questi due paesi avrà né il tempo né il capitale politico per rilanciare i negoziati e accelerare il processo di stabilizzazione dell’area.

La questione nordcoreana non ha mai rappresentato il primo punto nell’agenda del “ritorno in Asia” della presidenza Obama. A meno di eventi imprevisti e drammatici è improbabile che assuma un ruolo più rilevante nell’anno delle elezioni. In Cina il XVIII congresso del Pcc porterà al potere la nuova leadership guidata da Xi Jinping. La leadership cinese, pur al riparo dal giudizio popolare, nel breve periodo sarà concentrata nel consolidamento dei nuovi equilibri politici interni successivi alla transizione tra la Quarta e la Quinta generazione.

Il Giappone, sebbene non si trovi in un momento di transizione politica, è segnato da un'instabilità governativa permanente e dalla sostanziale impossibilità di imprimere svolte decisive al suo approccio al problema. Anche se il fervore nazionalistico legato alla questione dei rapimenti si è attenuato, la posizione non collaborativa e l’interesse a mantenere in vita la “scusa perfetta” rimane intatto.

Tutti questi fattori potrebbero produrre una crescente instabilità. La diplomazia coercitiva multilaterale richiede un notevole coordinamento e, soprattutto, la capacità da parte di tutti gli attori coinvolti di poter assumere impegni credibili di lungo periodo.

Da un lato, la successione a Pyongyang determinerà instabilità e una certa incoerenza nell’approccio verso il mondo esterno. La morte di Kim Jong-il e il probabile processo di assestamento della leadership, infatti, impediranno di fatto al regime di Pyongyang di assumere impegni credibili, almeno nel breve periodo.

Dall’altro, tutti gli attori coinvolti hanno forti incentivi nel perseguire il proprio interesse particolare e difficilmente troveranno un grado di coordinamento sufficiente per ottenere progressi sostanziali. Di conseguenza, sia l’instabilità interna alla Corea del Nord sia il mancato coordinamento degli attori rilevanti nei negoziati con Pyongyang potrebbero determinare uno scenario di crescente instabilità nel breve-medio periodo.

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