Apertamente

‘Inefficienza programmata’ e ‘impunità garantita’: questi i due pilastri sui quali si fonda il nostro sistema tributario. E infatti ogni anno mancano all’appello fra i 120 e i 160 miliardi di imposte. Ma basterebbero poche e incisive riforme – detrazione totale delle spese, pubblicità dei redditi, obbligo di dichiarazione di qualsiasi conto bancario, inasprimento delle pene – e per gli evasori la pacchia finirebbe. di Bruno Tinti, da MicroMega 7/2011 - C’è gente che, quando si accorge di un problema, si mette alla scrivania, studia ed elabora soluzioni; poi le prova e, se non vanno bene, ne elabora altre fino a quando il problema è risolto. Poi ce n’è altra che, quando c’è un problema, continua come niente fosse e spera che si risolva da solo; oppure, ed è il caso della classe politica italiana, si guarda bene dal risolverlo perché la soluzione comporta misure non gradite ai cittadini con conseguente perdita di consenso. Lo stile di questo tipo di uomo politico è quello del noto principio del fiammifero acceso: lo si passa a un altro il più in fretta possibile per evitare di bruciarsi le dita. Naturalmente alla fine qualcuno si trova in mano il fiammifero pressoché consumato; e qualcosa deve fare per forza. Ecco, in Italia siamo a questo punto. Dopo anni di aumento del debito pubblico, di corruzione dilagante e conseguente spreco di danaro, di politica fiscale pensata per favorire gli evasori e guadagnarne il consenso elettorale, i soldi sono finiti: siamo pieni di debiti e nessuno ci vuole fare ancora credito. E la classe dirigente del paese si deve sbattere per non dichiarare bancarotta. Ma non fino al punto di bruciarsi le dita; questo no, sia mai che perdiamo le elezioni! Così le misure proposte sono un misto di fantasia e ipocrisia: un po’ di buone idee circondate da recinti; e poi faccia feroce nei confronti di chi danno elettorale non lo può fare: lavoratori dipendenti e pensionati.

Ma, a questo come ci siamo arrivati? E siamo ancora in tempo a fare qualcosa?
Come ci siamo arrivati è presto detto: abbiamo costruito un sistema tributario inefficiente e fondato su princìpi iniqui.
E dire che la regola ispiratrice ce l’avevamo: l’articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Che è assolutamente chiaro ma, per dirla proprio senza equivoci, significa che chi più ha più deve dare. Fin dall’inizio si è pensato che il modo per realizzare questo principio fosse quello delle aliquote di imposta: più si guadagna più cresce la percentuale del proprio reddito che si deve consegnare al fisco. In questo modo la misura proporzionale del prelievo fiscale non è uguale per tutti: se su un reddito modesto (15 mila euro all’anno) si paga il 23 per cento (3.450 euro), su uno elevato (150 mila euro all’anno) si paga 16 volte tanto, il 38 per cento (57.670 euro). Non che sia un sistema sbagliato, solo che può funzionare solo in un mondo ideale; il che significa dove non ci siano persone disoneste. Perché è ovvio che, se uno dichiara meno di quello che guadagna, paga meno imposte sfruttando, in senso inverso, il criterio della progressività: meno dichiara, minore è l’aliquota di imposta.
Il problema dunque non è solo immaginare come assicurare l’equa determinazione della «capacità contributiva», per dirla con la Costituzione; è come non farsi prendere in giro. E qui siamo drammaticamente carenti.

Il sistema tributario italiano si fonda su centinaia di leggi emanate nell’arco di oltre 50 anni. I volumi che le raccolgono sono costituiti da circa mille pagine. Nessuno, che non sia un professionista, è in grado di gestire questo farraginoso e complicatissimo sistema. Inoltre la sua stessa complessità permette scappatoie ed elusioni. Un sistema di questo tipo è in grado di funzionare con accettabile rapidità ed efficienza solo nelle situazioni più elementari: reddito da lavoro dipendente e pensioni. Quando si tratta di redditi da lavoro autonomo, da capitale, da impresa, le possibilità di contestazione e di successivo contenzioso aumentano in proporzione alla rilevanza del reddito. Il tempo necessario per arrivare al momento in cui il contribuente è stretto all’angolo e costretto a pagare il dovuto si misura in anni, anche 10, anche 15. Ma raramente l’amministrazione finanziaria riesce a concludere il contenzioso a suo favore: nella maggioranza dei casi il contribuente riesce a pagare meno, assai meno o anche nulla. Questa situazione cagiona un circolo vizioso. La pochezza del gettito induce l’amministrazione a richieste esagerate. I contribuenti hanno buon gioco nell’opporsi e, naturalmente, trovano una sorta di giustificazione morale all’evasione. Il contenzioso aumenta. I recuperi di imposta sono sempre più aleatori e più lontani nel tempo.

Ma tutto ciò non è ancora nulla. Perché, in realtà, l’amministrazione finanziaria semplicemente non è in grado di controllare l’attendibilità delle dichiarazioni dei redditi. Ne consegue che il contenzioso, inefficiente e improduttivo che sia, nemmeno inizia perché gli accertamenti sono pochissimi. La media nazionale delle dichiarazioni oggetto di controllo è pari al 10 per cento. Per valutare in maniera adeguata questo dato, il sistema migliore è quello di riflettere sul suo contrario: il 90 per cento delle dichiarazioni dei redditi non sono controllate. Il contribuente può dichiarare quello che vuole confidando in una praticamente certa impunità. Insomma, è come giocare al Lotto o al Totocalcio con il 90 per cento di probabilità di vincere: una vera pacchia.

E poi ci sono 5 anni di tempo per controllare le dichiarazioni. Se il fisco non controlla, entro il 2015, quelle presentate nel 2010, i giochi sono chiusi, chi ha avuto ha avuto eccetera. Il fisco interpreta questo termine nel senso: «Ah, bene ci sono ancora 5 anni»; poi gli anni passano e ce ne sono «ancora» 4, 3, 2. Risultato: attualmente quella piccola quantità di accertamenti che si fanno inizia comunque nel quarto anno dopo la presentazione della dichiarazione. Con un altro risultato: se anche si scopre un evasore, le annualità precedenti sono salve; il tesoretto messo da parte con l’evasione non glielo tocca più nessuno.

Naturalmente, a godere di questa situazione di favore sono quelli che hanno la concreta possibilità di dichiarare il falso; vale a dire tutti, eccezion fatta per i lavoratori dipendenti e per i pensionati la cui dichiarazione, quando c’è, è vincolata dalle trattenute alla fonte che vengono effettuate dal datore di lavoro in busta paga. Insomma, l’inefficienza del sistema si scarica su queste due categorie di cittadini; tutti gli «altri» evadono alla grande.
Siccome gli «altri» si scocciano moltissimo di questa patente di evasori e negano che tutto ciò sia vero (le associazioni di categoria sono attivissime nel garantire l’assoluta onestà tributaria dei loro aderenti e, giacché ci sono, l’iniquità della pressione fiscale che grava su di loro), l’unica cosa da fare è metterli di fronte all’evidenza; che, in realtà e secondo quanto finora sperimentato, nemmeno è sufficiente poiché, a questo punto, scatta l’ultima difesa: «E va bene, sarà anche vero che i miei colleghi evadono; ma io no, io pago fino all’ultima lira». E, siccome questa palla la raccontano tutti, la sua falsità non merita ulteriori commenti. Ma torniamo ai dati.

Prima di tutto, si tratta di dati provenienti dal ministero delle Finanze; non sono stati elaborati da associazioni di consumatori, sindacati o altri enti interessati ad addossare agli «altri» la responsabilità della massiccia evasione tributaria che affama il nostro paese. Dati ufficiali e indiscutibili.
Sono anche dati semplici, di immediata comprensione; cifre: nessuna elucubrazione, opinione, teoria, teorema eccetera; dati prelevati, semplicemente, dalle dichiarazioni dei redditi. Sono dati aggiornati, gli ultimi disponibili. Sono stati ricavati dalle dichiarazioni presentate nel 2010; quelle del 2011 ancora non ci sono. E si riferiscono quindi ai redditi del 2009. Drammaticamente attuali.

Numero dei contribuenti italiani (anno 2009)
Lavoratori dipendenti 20.870.919
Pensionati 15.292.361
Totale (pari all’88%) 36.163.280
Altri (pari al 12%) 5.359.777
TOTALE 41.523.057

Chi c’è nella categoria pudicamente denominata «altri»? Non è difficile: se non sono lavoratori dipendenti; e se non sono pensionati; non possono che essere lavoratori autonomi, imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti. Insomma il cosiddetto «popolo dell’iva».
Così adesso sappiamo chi sono quelli che pagano le imposte: per l’88 per cento gente a cui gliele prendono alla fonte; nessuna possibilità di mentire, di dichiarare meno, di evadere. E, per il 12 per cento, gente che dichiara il reddito che vuole; tanto, si sa, gli «altri» lo sanno, nel 90 per cento dei casi non li controllerà nessuno. E comunque quanto evaso negli anni precedenti ormai è salvo.
Ma quanto pagano lo sfortunato 88 per cento e il restante 12 per cento (gli «altri»)? Anche questo si sa con precisione.

Gettito fiscale (anno 2010) (in mln di euro)
Lavoratori dipendenti 89.500
Pensionati 47.700
Totale (pari al 93%) 137.200
Altri (pari al 7%) 9.200
TOTALE 146.400

Così adesso sappiamo che strade, scuole, ospedali e insomma tutto quello che lo Stato fornisce quotidianamente ai cittadini è pagato, per il 93 per cento, da lavoratori dipendenti (pubblici e privati) e pensionati. E che gli «altri» ne usufruiscono a sbafo.
Fino a qui, matematica. Adesso un dato stimato; però sempre proveniente dal ministero delle Finanze. L’evasione fiscale sarebbe pari a 120-160 miliardi di euro all’anno. Io non lo so come fanno a calcolare questo dato; però non ho motivi per contestarlo. Dunque prendiamolo per buono. E valutiamolo alla luce di altri dati certi, sempre forniti dal ministero delle Finanze.

Redditi medi annui dichiarati da alcune categorie al lordo delle imposte (anno 2008; in euro)
Avvocati 49.100
Dentisti 45.100
Ingegneri 37.400
Architetti 26.300
Consulenti fiscali 24.000
Albergatori 21.000
Psicologi 17.100
Ristoratori e bar 16.400
Gioiellieri e orologiai 15.800
Meccanici 15.400
Tassisti 13.600
Parrucchieri e barbieri 10.400

Cifre ridicole, che si commentano da sole. E che spiegano perché ogni anno lo Stato non incassa da 120 a 160 miliardi di imposte. Se 5 milioni di «altri» fanno, ciascuno (in media), un «nero» di 40 mila euro (che è una stima molto ottimistica), abbiamo un’evasione di 100 miliardi. Perché lo Stato non è mai andato a prenderseli?
Non è difficile da capire: perché 5-6 milioni di persone non voterebbero mai per una maggioranza che, dopo 50 anni di pacchia, gli dice che la festa è finita. E 5-6 milioni di voti significano governo od opposizione. Così si spiegano non solo i «buchi» del sistema che abbiamo già visto ma anche quelli che, spinti dalla «crisi», i nostri attuali padroni avevano pensato di chiudere e che poi non hanno chiuso. Come si dice, valga il vero.

Manovra 2011, versioni preparatorie: «Recupereremo un sacco di soldi dalla lotta all’evasione. Quindi nuove armi, non ci scapperà nessuno. Per prima cosa: obbligo di indicare in dichiarazione qualsiasi rapporto bancario di cui si abbia la disponibilità». Questa era davvero l’atomica, l’arma di distruzione di massa degli evasori. Perché «qualsiasi» rapporto bancario significava non solo i conti italiani (quelli, con un po’ di spirito di iniziativa, il fisco se li poteva trovare da solo); ma anche conti, cassette di sicurezza, depositi valute e titoli, ovunque detenuti, anche alle Cayman o nel Liechtenstein. E «disponibilità» significava che dovevano essere dichiarati anche i rapporti intestati alla vecchia zia, alla segretaria, all’amante, insomma ai soliti prestanome dell’evasore. Nessuno avrebbe potuto evadere una lira; oppure avrebbe dovuto mentire, non dichiarare. Ma, a questo punto, una buona quantità di prigione a pane e acqua avrebbe scoraggiato chiunque; anche perché non sarebbe stato un processo difficile, lungo, dall’esito incerto. «Ho scoperto che hai un conto alle Mauritius; non lo hai dichiarato, ci rivediamo tra 10 anni»; cosa di più semplice? E chi ci avrebbe provato? Nessuno. Appunto, troppo efficace. Nella manovra finanziaria definitiva non se ne è parlato più.

Altra iniziativa tanto intelligente quanto banale: la pubblicità dei redditi. Attenzione: dei redditi, non delle dichiarazioni dei redditi. Niente violazione della privacy. Nessuno avrebbe saputo che detraevo ingenti somme per cure mediche dovute al fatto che mi ero beccato l’Aids; e nemmeno che pagavo cospicui alimenti alla moglie da cui ero separato sicché tutti avrebbero saputo che la signora con cui andavo a fare la spesa era «illegittima». Redditi: cifra complessiva di quanto si guadagna in un anno. Naturalmente gli evasori organizzati e no si sono subito strappati i capelli: «Si vuole incitare alla delazione, vergogna». Sì, vergogna, davvero. Perché va bene «denunciare» un ladro di macchine, un immigrato clandestino, uno che vende cd taroccati; ma «denunciare» un evasore, uno che ruba alla collettività migliaia, decine di migliaia di euro, quello no, non sta bene; quella è «delazione». Un mondo di spie, dominato dalla Stasi, anche questo mi è toccato sentire. Sarebbe stato meglio chiedersi: «Serve? Porrà un freno all’evasione?». Ma nessuno ha posto il problema. Ovviamente. Perché uno che dichiara 15 mila euro all’anno al lordo delle imposte e gira in Ferrari, abita in una villa di lusso e passa le vacanze su uno yacht da 2 milioni di euro è sicuro che lo beccano; qualcuno un po’ incazzato (c’è una dotta disputa tra i filosofi: il sentimento prevalente negli umani è l’amore o l’invidia?) presto o tardi lo trova; e la denuncia (non la delazione), adeguatamente motivata, parte. E il fisco, invece che affidasi agli studi di settore, avrebbe potuto fare accertamenti mirati. Avrebbe potuto, appunto. Perché nella versione definitiva della manovra anche di questo non c’è più traccia.

Finiamola con il «sistema tributario». Fumo negli occhi, inefficienza programmata, impunità garantita.
Che sono le caratteristiche dell’altro pilastro di un efficiente ed equo prelievo fiscale: il sistema penale-tributario. La prigione per chi evade le imposte e vive a sbafo: manda il figlio all’asilo comunale rubando il posto ad altre famiglie, gode di cure mediche che non ha pagato, di scuole cui non ha contribuito, di strade, di polizia, di trasporti, di tante altre cose che non gli toccano perché non ha versato una quota proporzionale del suo reddito per mantenerle. Anche questo secondo sistema è finto: semplice apparenza, grida manzoniane, non succede nulla di concreto.

Per cominciare, tutti i reati tributari si prescrivono in 7 anni e mezzo, che decorrono dalla data della presentazione delle dichiarazioni Irpef (o Irpeg) e Iva. Ma, come si è detto, il Fisco le esamina (quelle che esamina) al quarto anno; e, se ci sono reati, manda la sua segnalazione alla procura della Repubblica. E, a questo punto, c’è la bellezza di 3 anni e mezzo per fare le indagini, processo in tribunale, processo in appello e Cassazione. Tutto si prescrive già in tribunale; quando va bene in appello. Quindi l’evasore in prigione non ci finisce mai: come il suo illustre maestro, Berlusconi, colpevole ma prescritto.
Poi ci sono le soglie di punibilità. È un meccanismo per il quale, se l’evasione non supera un certo livello, non è reato; niente prigione. Fino all’ultima finanziaria queste soglie erano pari a 77 mila euro per la frode fiscale (il caso più grave) e 103 mila euro per la dichiarazione infedele (il caso meno grave). 77 mila e 103 mila euro di imposta: vuol dire che i redditi non dichiarati erano più del doppio. La nostra legge penale tributaria prevedeva dunque che chi non dichiarava da 150 mila a 240 mila euro di reddito non era perseguibile; non era un delinquente, se la vedesse con il fisco ma niente prigione. Capito perché lavoratori dipendenti e pensionati erano un po’ incazzati e, se avessero conosciuto i redditi di queste brave persone, le avrebbero denunciate subito? Scoccia un po’ sapere che c’è qualcuno che non dichiara un reddito superiore di 5 o 6 volte a quello che guadagni tu e nemmeno va in galera. Adesso con la manovra 2011, le soglie sono state abbassate: 33 mila euro (di imposta, reddito non dichiarato 75 mila euro) per la frode fiscale e 50 mila euro (sempre di imposta, reddito non dichiarato 120 mila euro) per la dichiarazione infedele. Della serie: maneggiare con cura, fragile, non esageriamo, anche gli evasori sono figli di Dio.

E, alla fine (veramente no, ma questo è un articolo, non un libro) c’è la chicca: una dichiarazione dei redditi falsa non è semplicemente una dichiarazione dei redditi falsa; no, c’è quella grave (frode fiscale) e quella meno grave (dichiarazione infedele); per la prima si può arrestare e intercettare, per la seconda no; la prima è punita fino a 6 anni con un minimo di 1 anno e 6 mesi, la seconda da 1 a 3 anni; per la frode si può anche andare in prigione davvero, per la dichiarazione infedele c’è sempre la sospensione condizionale o almeno l’affidamento in prova al servizio sociale. E allora, in cosa si differenziano queste due dichiarazioni false? In niente: la frode c’è quando si usano fatture false (dichiaro costi che non ho mai avuto; ho guadagnato 1.000 ma ho speso 500 – falso; reddito 500); la dichiarazione infedele c’è quando uso una contabilità falsa (ho guadagnato 1.000 ma annoto solo 500, niente scontrini, fatture, ricevute; reddito 500). Non cambia niente; uno si inventa costi finti; l’altro nasconde incassi: risultato finale identico. Allora perché? Semplice: perché il secondo reato, la dichiarazione infedele, è quello tipico degli «altri», del popolo dell’iva. Che non fattura, non emette scontrini, non fa parcelle; che fa, in una parola, il «nero». E vorremo mica mandare in prigione gli «altri»? E poi questi non ci votano più. E sono tra i 5 e i 6 milioni. Ma che, scherziamo? Sì, va bene, il reato c’è (se si superano le soglie di punibilità); ma di prigione non se ne parla.

Così l’evasore dorme tra due guanciali: il sistema tributario non lo preoccupa; e quello penale-tributario nemmeno. Se proprio gli va male (ma ci sono sempre i condoni, gli scudi, gli indulti; uno ogni tre anni fino ad ora) paga quello che avrebbe dovuto pagare per un anno, maggiorato di sanzioni tributarie e parcelle (salate) per commercialisti e avvocati. Ma il suo tesoretto «guadagnato» negli anni passati è a posto; e poi lui è pronto a ricominciare.

Se ne esce? No, ma forse sì; se questa classe politica sparisce dalla faccia della terra; e se i cittadini italiani recuperano il senso dello Stato. E, se sì, come? Con progetti nuovi, riforme radicali, non va salvato niente. Un futuro che deve avere le sue basi nel passato: nella Costituzione, nell’articolo 53. «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Sembra semplice, vero? Ma è violato ogni anno da sessant’anni.

Che cosa si intende per «capacità contributiva»? Quello che si guadagna? Il reddito? Guadagno 5 mila euro al mese e devo pagarci le imposte; con qualche deduzione, qualche detrazione, ma, alla fine, pago le imposte su quello che guadagno. E il mio collega, quello che guadagna come me, paga la stessa imposta; con qualche detrazione o qualche deduzione in più o in meno; ma, sostanzialmente la stessa. Ed è qui che sta la violazione costituzionale, l’ingiustizia inaccettabile; e anche la causa prima dell’evasione fiscale. Perché il mio collega vive da solo, deve comprare cibo e medicinali, pagare il riscaldamento e altre esigenze primarie per lui solo. Ma io sono sposato, ho due figli e un’anziana mamma a carico; e debbo comprare le stesse cose per 5 persone. E, alla fine del mese, il mio collega ha messo forse dei soldi da parte o si è comprato una macchina nuova; e io probabilmente ho fatto debiti e, comunque, non ho più un euro. Ma, più o meno, paghiamo la stessa imposta. E questo è ingiusto. Perché il reddito non è la stessa cosa della capacità contributiva. Il dovere di contribuire comincia quando il cittadino ha adempiuto al dovere di vivere, lui e i suoi familiari; quando ha mandato a scuola i figli, quando ha curato i suoi genitori, quando ha mangiato e si è riscaldato. In altre parole, pagherà le imposte su quello che gli resta dopo aver provveduto ai bisogni primari. Eccola la capacità contributiva. Niente a che fare con il reddito, come si vede.

Naturalmente c’è il problema di non farsi prendere in giro: cosa di più facile che raccontare al fisco, che tanto non controlla, di aver speso 1.000 euro per la casa, altre 1.000 per il cibo e chissà quanto per medicine e scuole eccetera? Come si fa ad essere sicuri che i cittadini non mentano? Non è difficile, basta metterli uno contro l’altro, creare un conflitto di interessi, rendere ognuno il controllore dell’altro. Proviamo con un esempio. Debbo rifare il bagno, chiamo l’idraulico. Alla fine: «3.000 euro; ma se paga in contanti 2.400». Tutti pagano in contanti; perché non dovrebbero? L’iva non la scaricano e la spesa non la detraggono. Risparmiano 600 euro e lo Stato vada in malora. L’idraulico, poi, nemmeno dichiarerà quello che ha ricevuto e non ci pagherà le imposte. Una pacchia per tutti. Ma, se potessi detrarre dal mio reddito i 3 mila euro, le cose sarebbero diverse. «Mi dispiace ma per me significa detrazione di imposta, risparmierò esattamente quello che lei vuole guadagnare. In realtà il suo guadagno lei lo farebbe a mie spese. Non se ne parla, voglio la fattura». Ecco come si fa. Si chiama «detrazione totale». Quello che spendo lo detraggo, non ci pagherò le imposte. Certo, lo devo documentare. E quindi mi farò rilasciare dagli altri, quelli che mi vendono beni o servizi, regolare documento, parcella, ricevuta, fattura, scontrino che sia. E loro non potranno fare «nero» e pagheranno su tutto quello che incassano; anche loro, naturalmente, dopo aver detratto le spese per i bisogni primari.

Questo il principio; poi bisogna attuarlo bene. Identificare i beni e servizi primari: certo non posso pretendere di detrarre la spesa sostenuta per l’acquisto di una Porsche. Garantirsi contro la documentazione falsa: non è azzardato supporre che contribuenti abituati a decenni di evasione si dedicheranno con entusiasmo a costruire fatture e scontrini fasulli; e qui si dovrà ricorrere a una buona organizzazione informatica. Prevedere una repressione penale severissima per chi abusa del sistema. Ma si può fare. Anzi è già stato fatto. In molti paesi si fa così: negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, in Australia, in Cile. E funziona.

Certo, ci va ancora una cosa; e qui siamo in difficoltà. Ci va la riprovazione sociale per l’evasore fiscale. Negli Stati Uniti la ragione per la quale si mette in prigione chi evade le imposte è: «Hanno mentito al popolo americano». E, a parte la galera, negli Usa l’evasore perde lo status sociale: lo cacciano dal Country Club; la moglie non è più invitata alle gare di torta alla frutta; e gli amici non vanno più nel suo giardino il sabato per il barbecue. Nel nostro paese ci si preoccupa per la «delazione» dell’evasione fiscale; e si continua a votare per un presidente del Consiglio che ha dichiarato: «Certo che avevo 64 società offshore; mi servivano per non pagare le tasse». La vedo dura.

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