Apertamente

di Azzurra Meringolo - Anche al secondo turno delle elezioni parlamentari vincono Fratelli musulmani e salafiti. Piazza Tahrir è ancora piena di manifestanti, e l'Esercito non smette di sparare per uccidere.
IL CAIRO - “Bruciano le nostre tende, spaccano le nostre macchine fotografiche, costruiscono barricate per impedire l’accesso a piazza Tahrir e ci lanciano pietre e vernice dai tetti dei palazzi limitrofi per sporcarci i vestiti e poi venirci a prendere nelle strade vicine” racconta un manifestante mentre viene medicato nell’ospedale di campo costruito ai margini di Tahrir. “Come facciamo ad accettare che a governarci siano dei nostri fratelli che ci trattano come degli animali? Resisteremo in piazza fino a quando non ci stermineranno” aggiunge proprio pochi istanti prima dell’arrivo di un gruppo di militari che prende d’assalto l’ospedale trasformandolo in un cumulo di boccette di medicinali rotte. Dopo la strage di Maspero a ottobre e quella di via Mohammed Mahmoud a fine novembre, lo scorso fine settimana le forze dell’ordine cairote si sono macchiate nuovamente le mani di sangue in quella che è stata nominata la strage di Qasr Al Eini, ovvero l’escalation di violenza che è scoppiata in questa strada, arteria centrale della capitale che da una parte conduce a palazzi del governo e dall’altra a piazza Tahrir, l’epicentro della rivolta scoppiato lo scorso 25 gennaio.

Dal 20 novembre un gruppo di attivisti si era spostato da Tahrir per occupare parte di questa via e impedire l’insediamento del nuovo governo di Kamal Ganzuri, l’uomo già premier negli anni ’90 che i militari avevano nominato come il volto del cambiamento. La scelta di Ganzuri non ha soddisfatto quanti chiedevano l’uscita di scena dei militari una volta per tutte. Per questo i più intransigenti avevano deciso di iniziare un nuovo sit di protesta proprio alla vigilia delle prime elezioni parlamentari libere dell’Egitto post-Mubarak.

Anche se alcuni giovani hanno definito illegittimo il voto - che si sta svolgendo con i militari ancora al potere - la consistente affluenza alle urne ha dato piena legittimità a questo processo: il 60% degli aventi diritto ha fatto ore di fila per compiere quel gesto per cui piazza Tahrir aveva lottato strenuamente.

Il 28 e 29 novembre, il primo dei sei turni elettorali che porteranno alla creazione del nuovo parlamento ha mostrato la forza di Libertà e Giustizia, il partito della Fratellanza Musulmana, che si è aggiudicato circa il 47% dei voti. A sorprendere non é stata tanto quella percentuale, quanto piuttosto il successo registrato dai salafiti che hanno conquistato più del 20% dei seggi lasciando ai liberali circa il 18% dei voti. Anche se il parziale successo di questa fazione più estremista dell’Islam politico ha sorpreso analisti internazionali, esso non sembra essere altro che l’ultimo regalo del deposto presidente Mubarak. Per anni infatti i salafiti, foraggiati dall’Arabia Saudita, sono cresciuti all’ombra del regime che da una parte cercava di reprimere il suo più forte oppositore, la Fratellanza musulmana, e dall’altra lasciava operare liberamente gli estremisti nella speranza che la loro ascesa sottraesse consenso all’altra anima più moderata dell’islam politico.

Oltre a mostrare una parziale rimonta dello storico partito nazionalista del Wafd, che si è aggiudicato il 20% dei voti, il secondo turno elettorale del 14 e 15 dicembre ha confermato le tendenze del primo, mostrando che il partito della Fratellanza è ora davanti a un bivio. Potrebbe scegliere di allearsi con le forze liberali, mandando un chiaro segnale di cambiamento e innovazione all’intera regione in rivolta; oppure decidere di ripiegare sui “cugini salafiti”, volgendo lo sguardo al passato piuttosto che al futuro. Anche se a prima vista l’alleanza tra Fratellanza e salafiti sembra la più semplice da raggiungere, i rapporti fra queste due formazioni sono sempre stati altalenanti. Avendo radici comuni, momenti di vicinanza si sono alternati ad altri di litigiosità che hanno costretto le diverse anime dell’islam politico a presentarsi separatamente all’appuntamento con le urne.

Mentre i vertici di Libertá e Giustizia continuano a interrogarsi su cosa fare, a Tahrir la rivolta continua; le urne non sono in contraddizione con la piazza, perché anche se le elezioni sono una componente importante del sistema democratico che l’Egitto sta cercando di costruire, non sono l’unico strumento attraverso il quale gli attivisti possono realizzare gli obiettivi della loro rivolta.

Per giustificare le immagini della violenza sui civili che negli ultimi giorni hanno fatto il giro del mondo, il premier Ganzuri ha descritto quanti sono in strada in questi giorni come dei controrivoluzionari che non hanno nulla a che vedere con la rivolta scoppiata il 25 gennaio scorso. Anche se è evidente che la composizione della piazza è in parte cambiata, alcuni dati mostrano che ci sono per la maggior parte gli stessi ragazzi dei primi giorni. Chi frequenta l’arena virtuale si accorge infatti che a inviare messaggi e fotografie della piazza e degli scontri sono, con forzate defezioni importanti, gli stessi che lo facevano a inizio anno. In aggiunta, nella lista dei defunti della strage di Qasr el Eini figura anche Emad Effat, sheikh dell’università di Al-Ahzar, con i manifestanti sin dallo scorso gennaio. Effat era tutt’altro che uno di quei controrivoluzionari che secondo Ganzuri frequentano Tahrir in questi giorni. Non solo era il segretario generale dell’Ufficio delle fatwa, ma anche l'autore dell'ordinanza religiosa di ottobre con cui vietava ai fedeli di votare per gli esponenti del vecchio partito di Mubarak.

Se il governo addossa la colpa degli ultimi disordini a forze controrivoluzionarie, l’Esercito incolpa forze straniere, che starebbero cospirando contro l’Egitto. Oltre alle dinamiche elettorali una delle questioni in sospeso è quella relativa alla stesura del nuovo testo costituzionale. Gli islamisti descrivono il nuovo parlamento come l’unico soggetto autorizzato a creare l’assemblea costituente, ma i liberali - e almeno a parole i militari - ritengono ingiusto e pericoloso trasformare la Costituzione in un premio da dare al partito di maggioranza.

Per capire quale sarà il ruolo dei militari nel nuovo Egitto bisognerà poi aspettare di vedere cosa faranno le forze che governeranno il paese. Solo se queste saranno in grado di cooperare nella transizione potrebbero riuscire a rispedire l’Esercito nelle caserme. Altrimenti rimane difficile ipotizzare il ritiro delle Forze armate dalla scena politica.

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