Apertamente

di Miguel Gotor  - All’origine dell’annosa questione dei rapporti tra le gerarchie ecclesiastiche e la politica italiana degli ultimi centocinquant'anni stanno le particolari condizioni con cui il nostro Paese raggiunse l'unità, ossia soltanto dopo avere ridotto l'antico Stato della Chiesa ai minimi termini politici, territoriali, militari ed economici. Conseguito il traguardo nazionale, dunque, si aprì inevitabilmente anche una «questione cattolica» ed è significativo che Cavour pronunciò la nota formula «libera Chiesa in libero Stato» in occasione del discorso in Parlamento del 27 marzo 1861, in cui si decise che Roma sarebbe stata la nuova capitale del Regno d’Italia.

La conquista di Roma da parte delle truppe italiane il 20 settembre 1870, con la breccia di Porta Pia, segnò la fine del potere temporale dei papi e aprì un aspro contrasto che portò, il 13 maggio 1871, alla promulgazione delle cosiddette leggi delle Guarentigie. I provvedimenti stabilivano, fra l’altro, che al pontefice spettavano onori sovrani, il diritto di avere guardie armate, un servizio postale autonomo e una rappresentanza diplomatica. La seconda parte delle leggi affrontavano il tema dei rapporti fra Stato e Chiesa garantendo ai due ordinamenti la massima indipendenza, ma conservando il placet governativo sulle nomine di vescovi e di parroci, eccetto quelli appartenenti alla diocesi di Roma. Pio IX giudicò tali provvedimenti eversivi, si dichiarò prigioniero politico e nel 1874 promulgò il cosiddetto non expedit con cui vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana. Questa posizione di dura intransigenza si mostrò ben presto irrealistica e progressivamente si ebbe una graduale distensione dei rapporti fra la Santa Sede e l’Italia. Iniziò così una «lunga marcia» dei cattolici dentro la politica e le istituzioni dello Stato italiano, che conobbe alcune tappe fondamentali.

Nel 1913, con il Patto Gentiloni, furono eletti in Parlamento una trentina di deputati cattolici, che avevano sottoscritto uno specifico programma in difesa della dottrina cattolica. Si giunse a questo accordo, che favorì i liberali, per ragioni di realismo politico: essendo stato introdotto il suffragio universale maschile, Giovanni Giolitti temeva per la tenuta della sua maggioranza, prevedendo un aumento dei voti socialisti.

Nel 1919 Benedetto XV abolì ufficialmente il non expedit e ciò consentì la fondazione del Partito Popolare italiano per merito del sacerdote siciliano don Luigi Sturzo. Con l’avvento del fascismo, il Ppi - partito non confessionale, di cattolici, ma non cattolico - riuscì per qualche anno a fungere da argine liberale, ma dopo il delitto di Giacomo Matteotti partecipò alla secessione dell’Aventino, contro la volontà della Santa Sede. Nel novembre 1926 venne sciolto e i suoi principali esponenti furono obbligati all’esilio, come don Sturzo, o costretti a ritirarsi a vita privata, come Alcide De Gasperi.

L’instaurarsi del regime fascista costituì un punto importante nella definizione dei rapporti tra il governo italiano e la Chiesa cattolica, allorquando, l’11 febbraio 1929, vennero stipulati i cosiddetti Patti Lateranensi. Il Trattato riconosceva la sovranità e l’indipendenza della Santa Sede e fondava lo Stato della Città del Vaticano assegnando un congruo risarcimento per le spoliazioni subite dagli enti ecclesiastici ai tempi dell’unità d’Italia. Il Concordato definiva le relazioni civili e religiose tra il governo e la Chiesa: il cattolicesimo era riconosciuto religione di Stato, il governo si impegnava a modellare le sue leggi sul matrimonio su quelle della Chiesa e accettava di rendere il clero esente dal servizio militare. Sin dal 1923 la religione cattolica era insegnata nelle scuole, ma ciò venne ribadito nel sistema scolastico pubblico di ogni ordine e grado.

I rapporti tra il fascismo e il cattolicesimo furono controversi: ad esempio, Mussolini nel 1931 sciolse d’autorità l’Azione cattolica, ma certamente le gerarchie vaticane si orientarono in favore del fascismo proprio grazie alla soluzione concordataria offerta loro dal duce per rafforzare il proprio regime. È indicativo che, all’indomani della stipula dei Patti Lateranensi, il 13 febbraio 1929, Pio XI tenne un discorso davanti agli studenti e ai professori dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, definendo il dittatore «l’uomo che la provvidenza ci ha fatto incontrare». L’idea della conciliazione trovava oppositori fra i liberali, che restavano fedeli all’idea di separazione sancita con il Risorgimento e anche fra quei fascisti radicali ai quali dispiaceva dover scendere a patti con la Santa Sede. Fra i sei senatori che si opposero alla ratifica dei patti Lateranensi ricorrono i nomi del filosofo Benedetto Croce e dell’ex direttore del «Corriere della Sera» Luigi Albertini.

Il protagonismo politico dei cattolici in Italia ebbe un momento di svolta nell’ottobre 1942 con la nascita della Democrazia Cristiana, grazie al fondamentale apporto di Alcide De Gasperi. Quell’atto costituì un passo decisivo nella «lunga marcia» compiuta dai cattolici nella politica italiana poiché, con la caduta del regime fascista, si avviò una feconda stagione costituente basata sulla collaborazione tra forze di lontana ispirazione politica, ideologica e culturale che culminò con la decisione del Pci di Palmiro Togliatti di votare in favore dell’articolo 7 della nuova Costituzione, quello in cui si affermava che «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani».

De Gasperi volle che i Patti Lateranensi fossero riconosciuti costituzionalmente nell’articolo 7, con la conseguenza che lo Stato non avrebbe potuto denunciarli unilateralmente come nel caso di qualsiasi altro trattato internazionale, senza aver prima modificato la Carta fondamentale. Il cammino dei cattolici all'interno della politica e delle istituzioni italiane si concluse con le elezioni del 18 aprile 1948, quando la Dc conquistò la maggioranza assoluta dei seggi. L’anno successivo le gerarchie vaticane scomunicarono i comunisti, la Dc poté approfittare della capillare propaganda ecclesiastica in suo favore, ma mai prevalse l’idea di una messa al bando di quel partito, un atto che avrebbe costituito il contraltare politico della decisione religiosa del Vaticano. Anzi, con De Gasperi si affermò un orientamento laico fondato sulla separazione dei poteri tra l’autorità ecclesiastica e quella civile. Non mancarono momenti di duro contrasto con la Chiesa che misero a dura prova la salda fede religiosa dell’uomo politico trentino. Ad esempio, quando nel 1952 il Vaticano si batté strenuamente affinché a Roma la Dc si alleasse con il Msi, De Gasperi, fermo nelle sue convinzioni antifasciste, resistette alle pressioni. Nel giugno dello stesso anno il segretario della Dc richiese un’udienza privata a Pio XII. Il papa rifiutò e De Gasperi scrisse all’ambasciatore italiano in Vaticano: «come cristiano accetto l’umiliazione benché non sappia come giustificarla; come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e di cui non mi posso spogliare, anche nei rapporti privati, mi impone di esprimere stupore per un rifiuto così eccezionale e di riservarmi di provocare dalla Segreteria di Stato un chiarimento».

Con il Concilio Vaticano II, grazie all’iniziativa di Giovanni XXIII e di Paolo VI, la Chiesa cattolica riconobbe pubblicamente che la fine del potere temporale aveva rafforzato la sua autorità spirituale e il suo prestigio a livello mondiale. Proprio questo clima conciliare favorì l’apertura della Dc ai socialisti sotto la guida di Aldo Moro. A questo proposito, non meno interessante è il rapporto intessuto dal segretario della Dc con le gerarchie ecclesiastiche nel 1962, ai tempi del varo del primo governo di centro-sinistra. Moro inviò degli emissari segreti per avviare un’approfondita «consultazione persuasiva» in seno all’episcopato con l’obiettivo di convincerli della giustezza della sua linea politica autonomamente decisa. Anche un episodio privato raccontato dalla figlia Agnese spiega bene come la laicità di Moro fosse capace di convivere con un cristianesimo profondamente vissuto. Nel giorno del matrimonio di sua figlia Maria Fida un prete forse troppo zelante pensò di ingraziarsi l’illustre uomo politico concludendo la cerimonia religiosa senza recitare gli articoli del codice civile. Moro lo interruppe e invitò il prete a leggere quegli articoli affinché il matrimonio fosse giuridicamente valido.

L’episodio rimanda alla stagione della battaglia sul divorzio nel 1974. Fu un momento rilevante nella storia politica italiana la netta sconfitta subita dal gruppo di cattolici conservatori che, con l’appoggio della Dc di Amintore Fanfani, promosse il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio approvata nel 1970. L’esito di questo referendum fece emergere le contraddizioni esistenti tra la centralità della Dc nel sistema politico italiano e le trasformazioni sociali che stavano avvenendo nel Paese con un nuovo protagonismo dei movimenti studenteschi e femminili e l’emergere di nuovi partiti di schietta impronta laica come quello Radicale. Molti leaders democristiani erano scettici sull'esito della campagna referendaria e consideravano l’ostinazione di Fanfani un errore. Un ruolo importante fu svolto dai comitati dei «cattolici per il no», animati, fra gli altri, dallo storico Pietro Scoppola, i quali difesero le ragioni di un cattolicesimo «adulto», laico e democratico, rivolgendo un appello a «tutti i democratici di fede cristiana» che non rimase inascoltato: «Il principio morale e religioso dell'unità della famiglia e della indissolubilità del matrimonio può e deve essere custodito e rafforzato come valore, ma non può essere assunto in maniera intransigente dalla legge civile», come riportava il documento firmato, fra gli altri, da Franco Bassanini, Pierre Carniti, Leopoldo Elia, Ermanno Gorrieri, Valerio Onida, Arturo Parisi, Luigi Pedrazzi, Paolo e Romano Prodi e Tiziano Treu.

I diari di alcuni partecipanti alle laboriose trattative che precedettero la consultazione, come quelli dell’ambasciatore italiano presso la Santa Sede Gian Franco Pompei e del comunista Luciano Barca, raccontano dei dubbi presenti dentro il fronte ecclesiastico, che sarebbe sbagliato e superficiale considerare un monolite, ma anche delle pressioni vaticane subite da molti democristiani per andare all’affondo decisivo, che si rivelò una disfatta, tale da costringere Fanfani alle dimissioni. In un dispaccio riservato a Moro del 14 maggio 1974 l'ambasciatore Pompei scriveva: «La Chiesa esce sconfitta e la democrazia in Italia rinforzata: perché il paese reale che si voleva opporre a quello legale non ha sconfessato le sue istituzioni parlamentari e perché l’influenza elettorale del clero è risultata inferiore al previsto, oltre che male impegnata. Così esattamente 103 anni, giorno per giorno, dopo la legge delle Guarentigie, il papato conosce una nuova Porta Pia come quella e più di quella, per la forza dell’esperienza storica, evitabile [...] Per chi crede nella Provvidenza questa doveva essere una prova necessaria, provvidenziale in senso stretto. Speriamo solo che non ci vogliano alla Chiesa, 59 anni per comprendere che questa, come quella del 1870, l’ha liberata da un peso temporale, dalle scorie che contaminano la religione».

Nel 1984, dopo lunghe trattative tra i partiti di governo e la Santa Sede, si giunse a una revisione del concordato del 1929 per volontà del socialista Bettino Craxi. Il cattolicesimo cessò di essere religione di Stato, la Santa Sede non fu più costretta a chiedere l’approvazione al governo italiano per la nomina dei vescovi, si stabilì che il clero italiano fosse finanziato da una frazione dell’8 per mille del gettito dell’Irpef e venne deciso che l’ora di religione cattolica nelle scuole diventasse, da obbligatoria, facoltativa. Con quest’atto, relativamente recente, finiva la lunga età confessionale italiana e si avviava una fase storica, nella quale siamo ancora immersi, a carattere pluriconfessionale, più consona ai dettami di una democrazia moderna, e alla nuova realtà di una società multietnica e quindi multiculturale e, inevitabilmente, multireligiosa, in grado di riconoscere alle religioni uno spazio pubblico adeguato all'importanza del messaggio antropologico e spirituale che contengono.

Un’età in cui la laicità come metodo è fondamento etico-politico della vita civile e in cui sono ugualmente nemici della democrazia sia l’intolleranza clericale, sia quella di stampo laicista, perché, come scrive Massimo Cacciari in una pregnante definizione del concetto di laico: «Nulla contrassegna la volgarità del pensiero più della concezione che oppone laicità ad atto di fede. Laico può essere sia il credente sia il non credente, e così entrambi possono essere espressione del più vuoto dogmatismo. Laico, di per sé, non è colui che rifiuta, o peggio deride, il sacro, bensì, letteralmente, colui che vi sta di fronte. Di fronte in ogni senso: discutendolo, interrogandolo, mettendosi in discussione davanti al suo mistero. Laico è ogni credente non superstizioso, capace e anzi desideroso di discutere faccia a faccia col proprio Dio. Al medesimo modo, è laico ogni non credente che sviluppi senza mai assolutizzare o idolatrare il proprio relativo punto di vista, la propria ricerca, e insieme che sappia ascoltare la profonda analogia che la lega alla domanda del credente, all’agonia di quest’ultimo. Quando comprenderemo con questa ampiezza il significato della laicità allora, e soltanto allora, essa potrà essere un valore sopra il quale ricostruire la nostra dimora».

Uno sforzo di comprensione umanistica per il quale credenti e non credenti farebbero bene a continuare a impegnarsi con tutta la loro intelligenza e generosità dal momento che coincide con la vitalità e con l'energia della nostra democrazia.

News - Notizie

Galleria fotografica

logo

L'Associazione, senza fini di lucro, ha lo scopo di promuovere e diffondere i valori e la cultura del riformismo, i valori della giustizia sociale e delle libertà civili. Nel solco della storia e della cultura del socialismo democratico e del liberalismo, l'Associazione si propone di affrontare i diversi temi politici, economici e sociali, attraverso il metodo dell'analisi e della discussione.
L'Associazione si propone di realizzare occasioni pubbliche di incontro e dibattito al fine di diffondere e radicare nella società un approccio intellettuale concreto ed oggettivo nell'analisi dei problemi del mondo contemporaneo, con particolare riguardo alla realtà locale/regionale.

Array

NOTA! Nel rispetto della Direttiva 2009/136/CE, continuando a navigare nel sito si accetta l'utilizzo dei cookies. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information