Apertamente

Era il 10 dicembre del 1948 quando, a Parigi, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite raggiunse lo storico traguardo: una carta per definire alcuni standard di libertà degli individui di tutto il mondo al di là delle differenze di genere, razza, religione e status sociale. Ad oggi, un obiettivo ancora non raggiunto.  Eleanor Roosevelt con la "Dichiarazione"“Tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Questo il primo articolo della Dichiarazione dei diritti umani, adottata il 10 dicembre 1948 per definire alcuni standard di libertà degli individui di tutto il mondo al di là delle differenze di genere, razza, religione e status sociale. In un’Europa ancora sotto shock per i sei anni di guerra e i 55 milioni di morti della Seconda guerra mondiale, il documento in 30 articoli fu adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Parigi come un traguardo universale da raggiungere, il fine al quale tutti gli individui e i paesi e di cui gli organi della società devono mirare tramite l’insegnamento e l’educazione affinché i diritti siano effettivamente rispettati sia fra gli Stati membri delle Nazioni Unite, sia dalle popolazioni dei territori sotto la loro giurisdizione. I diritti della dichiarazione sono stati in seguito elaborati in altri trattati internazionali e organismi regionali sovranazionali, come il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali dello stesso anno, entrati entrambi in vigore nel 1976, dopo la ratifica di un certo numero di nazioni. Perché La Dichiarazione dei diritti umani e i patti elaborati in seguito non sono giuridicamente vincolanti per gli Stati membri delle Nazioni Unite in quanto dichiarazioni di principio ma, di fatto, sono considerati principi inalienabili e sono alla base di molte azioni di politica estera di alcuni paesi democratici politicamente forti in seno ai 193 Stati membri dell’Onu, come gli Stati Uniti d’America.

La relazione annuale sui diritti umani dell’Ufficio degli Affari Esteri e dell’ufficio del Commonwealth pubblicata a marzo del 2011 riporta la situazione in alcuni paesi del mondo, dall’Afghanistan allo Yemen, dove i diritti sono violati, da quelli delle donne a quelli politici, dal diritto al giusto processo alla violazione dei diritti umani con la tortura, il maltrattamento in prigione o la pena di morte.

Eppure  gli eventi della primavera di quest’anno hanno aperto gli occhi del mondo sulla situazione dei diritti umani in molti paesi del Medio Oriente e del Nordafrica, sul genocidio di popoli dell’Africa centrale o sul “genocidio culturale” dei tibetani in Cina, che pure è fra i membri fondatori delle Nazioni Unite e fa parte del Consiglio di sicurezza. Abbiamo visto centinaia di migliaia di persone ribellarsi in nome dei diritti umani e, nonostante le brutali repressioni, usare i media e i social network per fare sentire la propria voce, affermando un altro diritto fondamentale della dichiarazione dei diritti umani, la libertà di espressione (articolo 19).

Parliamo delle violazioni dei diritti umani nei paesi sotto un regime autoritario o nei paesi più poveri del mondo. Poco si parla però delle violazioni de facto dei diritti fondamentali come la casa o l’istruzione nei paesi ricchi e democratici. L’articolo 25 della Dichiarazione dei diritti umani recita che “ognuno ha il diritto a uno standard di vita adeguato rispetto alla salute e al benessere personale e della sua famiglia, incluso il cibo, i vestiti, la casa e le cure mediche […]“. Prendiamo ad esempio l’Australia. Secondo l’organizzazione senza fini di lucro Shelter for Life, partner tra l’altro dell’Unione Europea e di molte agenzie delle Nazione Unite, nel 2010 circa 100mila australiani erano senzatetto su una popolazione di 21 milioni di persone. Di queste, 12mila avevano meno di 12 anni e 21mila, il numero più alto di tutte le fasce d’età, aveva fra i 12 e i 18 anni. Nello stesso anno sono state presentate anche 248.419 richieste di case “sociali”, cioè le case per i cittadini con basso reddito, quelle per disabili e così via. E pensare che in un giorno medio degli anni 2009-2010 il 58,3 per cento dei cittadini che cercavano una sistemazione immediata in tutta l’Australia è stata mandata via per mancanza di spazi, segno che la popolazione nello stato di estremo bisogno è molta di più di quella registrata.

Parliamo di diritti umani in termini di diritti politici, di accesso alla salute o di accesso all’istruzione di una parte del mondo, nei paesi asiatici o africani, ma anche la situazione dei diritti umani fondamentali in molti paesi occidentali è allarmante. C’è ancora molto da fare ovunque per garantire quello stato di salute, benessere e libertà individuale sanciti come diritto inalienabile nella Dichiarazione dei diritti umani.

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