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Il prezzo della manovra è alto. I più deboli, le famiglie, i ceti medi rischiano di pagare un conto molto salato. E la società nel suo insieme di essere sospinta sulla via della recessione. Anche sul piano politico c’è il rischio che, dopo la fallimentare stagione berlusconiana, l’ondata di sfiducia non risparmi nessuno. Certo, nessuno può tirarsi indietro perché non resisterebbe l’euro, e forse neppure l’Italia. Ma ci auguriamo di cuore che in queste ultime ore il presidente del Consiglio riesca a correggere le misure nel senso dell’equità e dello stimolo alla crescita.

Nessuno può tirarsi indietro. Lo sappiamo. Il centrosinistra - unito fin qui più del centrodestra e più di quanto non supponevano i denigratori della «foto di Vasto» - ha deciso di sostenere il governo Monti nel suo programma di emergenza perché è in gioco la nostra stabilità economica, e persino istituzionale. Berlusconi ha ceduto il passo tardi e male, scaricando sul Paese un discredito umiliante. All’Italia tocca subito fare il primo difficile passo verso il risanamento, affinché mercoledì il Consiglio europeo ne possa compiere un altro in direzione di un rafforzamento delle politiche fiscali comuni, delle garanzie del debito, dei poteri operativi della Banca centrale. Fino a poche settimane fa anche l’Unità è stata criticata per aver contestato le strategie europee che miravano a curare gli affanni dei Paesi indebitati con le solite ricette restrittive, trascurando che il problema principale stavolta sta nel deficit di Europa, nelle inerzie della Bce, negli squilibri interni e nella carenza di domanda nell’Unione (assai più che nel debito pubblico complessivo). Ora tutti convengono che se la Ue non rifonda la propria governance politica, economica e monetaria non potrà resistere alle pressioni dei mercati.

Ma essere consapevoli dei necessari sacrifici, non vuol dire oggi smarrire la visione critica sulle scelte sociali del governo Monti. Così come auspicare un potenziamento delle istituzioni comunitarie, non vuol dire rinunciare a cogliere le contraddizioni a Bruxelles e Berlino e a tentare di modificare la rotta. La forza di convincimento della nostra manovra sui mercati dipenderà molto dalla sua entità. Ma la forza politica del governo dipenderà innanzitutto da tre fattori: l’equità delle misure, la ricerca costante del patto sociale, la spinta alla crescita. E tra questi fattori la priorità, non solo cronologica, è l’equità. Se l’insieme dei provvedimenti risulteranno iniqui, si ridurrà drasticamente il credito di cui questo governo gode.

Una manovra così pesante non lascerà nessuno indenne. Ma sarebbe drammatico se le pensioni più basse fossero private della loro piccola rivalutazione. Oppure se quota 40 (anni di contributi) venisse considerata insufficiente anche per i lavori usuranti. Sarebbe profondamente ingiusto se l’importo dei tagli alla previdenza fosse superiore a quello delle imposte sui grandi patrimoni. Sarebbe sbagliato un ulteriore rincaro dell’Iva senza almeno una riduzione delle tasse sul lavoro (sia per l’impresa che per i dipendenti). Ed è infine assolutamente indispensabile per la credibilità del governo che le misure anti-evasione fiscale siano severe e rapidamente operative: dalla tracciabilità delle transazioni alla comunicazione all’Agenzia delle entrate degli elenchi clienti-fornitori e dei saldi dei conti correnti.

Se Berlusconi non vuole le tasse sui grandi patrimoni, né efficaci misure anti-evasione, Monti non può accettare questi veti. È stato difficile ieri trattenere un moto di ribellione, quando il segretario del Pdl Alfano ha detto che non devono pagare sempre i soliti. Da quale pulpito! Piuttosto, a fronte dell’ipotizzato aumento di due punti delle ultime aliquote Irpef, va detto che, per sostenere i consumi, sarebbe preferibile che l’aliquota del 41% venisse protetta più di quella del 43%: in ogni caso, senza una seria lotta all’evasione fiscale, qualunque aumento Irpef rischia di penalizzare solo i lavoratori dipendenti o pochi altri. La lotta all’evasione è una questione etica fondamentale. Non meno di quella dell’austerità nei costi della politica.

L’equità è a sua volta condizione per ripristinare quel patto sociale distrutto dal governo Berlusconi. E per aiutare la crescita, condizione necessaria della ricostruzione italiana. L’equità sarà la vera misura della discontinuità dell’esecutivo di Monti. Non gli mancheranno i voti in Parlamento. L’impegno di responsabilità nazionale è solo all’inizio. Ma il governo si gioca moltissimo nell’equilibrio che saprà costruire. Speriamo che ascolti chi era escluso al tempo di Berlusconi. Più si riduce il tasso di continuità con il passato, più Monti avrà respiro. Intanto è bene che il centrosinistra tenga in vita e rafforzi le proprie reti di presenza e di solidarietà sociale. Ieri la Cgil ha dedicato la sua manifestazione nazionale al lavoro, il Pd sta riunendo gli stati generali della cultura. Non prevalga l’individualismo e lo scetticismo: la transizione è un momento di battaglia e un’occasione di cambiamento.

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