Apertamente

di BARBARA SPINELLI - IL MODO in cui la Germania sta guidando la Ue ha una fisionomia sempre più inquietante, e anche molto singolare. È inquietante perché tutte le strategie per far fronte all'attacco contro i paesi più deboli dell'euro sono frutto di filosofie economiche che hanno Berlino come protagonista.

La Banca centrale europea si conforma alle esigenze tedesche, e pur avendo capacità e risorse si rifiuta di calmare l'ansia dei mercati divenendo prestatrice di ultima istanza, non istituzione che innervosisce tutti con il suo imprevedibile dare-non dare. Gli Stati che sono sull'orlo della bancarotta adottano misure di austerità concordate innanzitutto con Angela Merkel. I vertici dell'Unione europea sono costretti a guardare oltre il Reno prima di discutere i propri piani con altri Stati membri.

È una situazione che comincia a creare un vasto malessere - non solo in Italia, Grecia o Spagna ma anche nell'esecutivo guidato da Barroso - perché Berlino ha una condotta ferma e contemporaneamente inattiva: guida senza davvero guidare, pone veti e tentenna, mette fretta ed è lenta a muoversi. Questo è inquietante, e al tempo stesso estraniante.

È come se Berlino non vedesse che il rischio bancarotta incombe non solo sugli Stati ammalati del loro debito, ma sull'intera zona euro e anche su se stessa. Come se la propria salute economica, peraltro più fragile di quello che si pensi (ieri erano sotto attacco anche i titoli tedeschi) rendesse la Repubblica federale cieca a quel che accade in una casa comune di cui è pur sempre parte, dalla quale dipende in maniera esistenziale, senza la quale non potrebbe vantare gli odierni successi economici.

Successi che i dirigenti tedeschi ascrivono giustamente alla propria saggezza economica, alla propria politica del lavoro, alle proprie abitudini risparmiatrici, ma che non esisterebbero se il Paese non fosse circondato da nazioni alleate che acquistano le sue merci, e le acquistano solo se il loro crescere e il loro consumare non vengono punitivamente strozzati. Una nazione che uscisse da Eurolandia e riafferrasse la mitica Deutsche Mark che ha sacrificato, si troverebbe con una moneta talmente rivalutata da strangolare le proprie esportazioni e il proprio benessere.

Quel che è perturbante, nella strategia del governo Merkel, è l'idea che è andata ossificandosi sulla crisi dell'euro e dei debiti sovrani nell'Unione. Più che un'idea è un'ideologia, che nella cultura economica nazionale ha radici lontane, risalenti al periodo fra le due guerre. È la cosiddetta dottrina della "casa in ordine" (Haus in Ordnung), secondo la quale ogni Stato deve prima raddrizzare le storture e far pulizia nel proprio recinto, e solo dopo può contare sulla cooperazione e la solidarietà internazionali.

Secondo i più dogmatici sostenitori di tale dottrina, nelle sedi internazionali e perfino nell'unione sovranazionale europea non si decidono politiche comuni: ci si controlla a vicenda, perché ognuno a casa propria faccia bene i compiti.

Non a caso, nel discorso tenuto un anno fa al Collegio europeo di Bruges, Angela Merkel ha fatto l'elogio dell'Europa intergovernativa, criticando velatamente il metodo comunitario: che è il metodo grazie al quale le consultazioni e i coordinamenti si trasformano in comuni decisioni prese a maggioranza, senza veti di singoli Stati.

È con armi puramente ideologiche che il governo tedesco, pur dominando un'Europa cui non vuole rinunciare, pur denunciando le forze centrifughe che la minacciano, sta contribuendo di fatto a renderla imbelle, ad accentuarne il disfacimento.

Tutto quello che potrebbe salvare la zona euro (la messa in comune del debito, gli eurobond reclamati ieri da Barroso e Monti, i poteri maggiori dati alla Commissione, la trasformazione della Banca centrale di Francoforte in un organo che garantisca gli Stati in difficoltà e pur disciplinandoli li aiuti a crescere, come fa la Federal Reserve in America), Berlino sta ostacolandolo. Sono progetti che guarda con sospetto, come se davanti a sé vedesse un eretico che urla sguaiato.

Mario Monti sta tentando una difficile battaglia su questi temi, e fa bene a ricordare che il pericolo è di "mandare a fondo l'euro", non questo o quel Paese. Fa bene a battersi per un'Unione dotata di organi sovranazionali meno dipendenti dai singoli Stati, e a rammentare che i governi europei devono imparare a decidere insieme, oltre che consultarsi in configurazioni bilaterali o triangolari.

La Germania, lo sappiamo, vive di storia e di politica della memoria. Furono i due ingredienti della sua straordinaria rinascita democratica, nel dopoguerra, ma può accadere che una virtù si irrigidisca e diventi a tal punto straboccante da mutarsi in vizio. Troppa virtù distrugge la virtù, troppa memoria dei disastri dell'inflazione distrugge le economie che nell'immediato, oggi, sono minacciate da recessioni e disuguaglianze sociali più che dall'inflazione. Quel che il Paese sta dimenticando, è la rovina che gli cadde addosso fra le due guerre: la politica delle Riparazioni, che le potenze vincitrici del '14-18 imposero alla stremata Repubblica di Weimar. In uno dei suoi libri più politici (Le conseguenze economiche della pace), John Maynard Keynes pronunciò nel 1919 parole infuocate contro una logica castigatrice nei confronti del Paese vinto che avrebbe annientato  -  scrisse  -  le sue capacità di ripresa economica e dunque la sua democrazia nascente.

Accadde esattamente quello che scrisse: la pace degenerò in "pace di Cartagine". Oggi è la Germania il paese vincitore. Sarebbe assurdo che proprio lei praticasse, verso i partner dell'Unione, la funesta politica delle Riparazioni e del Delenda Carthago. È uno scandalo che si torni all'epoca fra le due guerre e non al secondo dopoguerra, quando Keynes fu infine ascoltato e da una vera cooperazione internazionale nacquero gli accordi di Bretton Woods e il Piano Marshall.

La Germania non fu sempre com'è oggi. Fu tra i paesi più europeisti, grazie a figure visionarie come Adenauer, Brandt, Schmidt, Kohl. Grandioso fu Kohl quando rinunciò, contro il parere della Bundesbank, a quello che era stato, per decenni, l'unico simbolo di sovranità di un paese diviso e orfano di sovranità politica e militare: il marco. Il Cancelliere democristiano fece questo passo nella speranza non solo di far accettare l'unificazione nazionale ma di ottenere un'Europa politica più forte, che tuttavia non venne.

Non venne neanche la messa in comune dell'atomica francese. Mitterrand si rivelò un alleato infido, se non traditore. L'inacidirsi dei governanti tedeschi ha inizio allora, e le responsabilità di Parigi  -  che oggi corre dietro a Berlino illudendosi di specchiarsi nella sua grandezza  -  sono enormi.

Nel frattempo l'inacidimento è cresciuto, man mano che le condotte economiche degli Stati dell'Unione hanno cominciato a divergere. A quel punto la forza della Germania è apparsa chiara, la sua leadership in Europa sempre più forte. Ma è una leadership singolare, appunto. È rifiutando di agire che agisce nel più confuso, lento, pernicioso dei modi. La sua forza è retrattile, ma è pur sempre una forza. Ci sono momenti nella storia in cui il peccato di omissione e di inerzia è più grave del peccato attivo, aggressivo. Proprio questo momento stiamo vivendo.

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