Apertamente

di Fabrizio Maronta - RUBRICA AMERICA E DINTORNI. La recessione ha portato all’aumento delle diseguaglianze di reddito. Ora si chiedono agli Usa equità, giustizia sociale, lavoro e sostegno economico. Dalla teoria reaganiana dello Stato minimo alla sua eutanasia. Nel centenario della nascita di Ronald Reagan - il presidente che vedeva nella macchina statale “la bestia da affamare”, “il problema, non la soluzione” dei guai economico-sociali del paese - il reaganismo torna prepotentemente ad affacciarsi sulla scena politica statunitense. Lo fa nel momento più inatteso, con l’Occidente attanagliato da una crisi debitoria figlia anche (soprattutto) degli eccessi di un liberismo sfrenato, cui uno Stato in trentennale ritirata di fronte al mercato non riesce a dare risposte efficaci.

Il re dei paradossi di questa grande recessione sta qui: un governo federale impoverito da decenni di sgravi fiscali e una Federal reserve con le armi spuntate dalla belle époque greenspaniana del denaro a buon mercato - che ha azzerato i margini di manovra sui tassi d’interesse e pompato aria nei bubboni speculativi, dalle dot.com al mercato immobiliare - assistono frustrati all’avvitarsi di una spirale recessiva.

Questa si abbatte su una società economicamente minata dall’aumento esponenziale delle diseguaglianze di reddito, più che raddoppiate dagli anni Settanta a oggi. Quella società chiede ora equità, giustizia sociale, lavoro e sostegno economico allo Stato: esattamente l’opposto del vangelo neoliberista reaganiano che ha plasmato il pensiero politico-economico degli Stati Uniti (e, mediante il “consenso di Washington”, del mondo intero) nelle ultime due generazioni.

Ma di fronte all’impotenza dello Stato, ovvero dell’amministrazione Obama e del Congresso a maggioranza democratica usciti dalle elezioni del 2008, l’elettorato incattivito e spaventato dalla crescita incontrollata del debito pubblico (altra faccia dei salvataggi privati), “si vendica” portando in parlamento la destra ideologica del Tea party, che fa del reaganismo una teologia e dell’insofferenza per il fisco un atto di fede.

La bestia agonizza: è l’ora del colpo di grazia. E mentre un partito repubblicano a corto di leader si accoda alla vulgata antistatalista, inseguendo la vittoria al ribasso nelle presidenziali del 2012, un partito democratico orfano di idee presta il fianco alle bordate di un’ideologia che ha mostrato tutti i sui limiti. Ma che, in mancanza di valide alternative, esercita ancora un fascino magnetico.

L’offensiva neo-reaganiana si esplica su più fronti. Emblematico è il dibattito, solo apparentemente accademico, sul rapporto tra regolamentazione ambientale e mercato del lavoro. I repubblicani hanno identificato dieci “regole distruggi-occupazione” (dalla normativa sul cemento a quella sugli scaldabagno) che, a detta loro, impedirebbero all’economia statunitense di uscire dalle secche della crisi.

Tanto che il candidato alla presidenza Mitt Romney, considerato un moderato nella corsa repubblicana alle primarie, ha detto in un dibattito televisivo (corredato di gaffe) che se eletto presidente “abbatterà il vasto edificio normativo che l’amministrazione Obama ha eretto sull’economia”. Pur sfrondato della pugnace retorica elettorale, il proposito resta concreto.

Poco importa che la regolamentazione pubblica sia effettivamente un freno alla creazione di posti di lavoro o meno. Di fatto, i dati disponibili sembrano attestare il contrario. Secondo il Bureau of labor statistics (che ha come prassi di chiedere agli amministratori delegati il motivo delle ristrutturazioni aziendali), nel 2010 - annus horribilis dell’economia americana - solo lo 0,3% dei licenziamenti è stato ascrivibile alla voce “intervento/regolamentazione governativa”, mentre il grosso era riconducibile alla contrazione della domanda (25%) e ad altre motivazioni, di natura industriale e finanziaria, variamente connesse al deterioramento della situazione economica.

Il fatto è che la critica alla regolamentazione statale rientra nella più vasta retorica conservatrice contro gli eccessi (veri e presunti) dello Stato. La polemica non è nuova. Del resto sono in pochi a mettere in dubbio che, da un punto di vista strettamente economico, le normative ambientali implichino costi aggiuntivi per le imprese, sottraendo risorse alla ricerca e all’espansione industriale. A questo dato si oppongono di solito considerazioni più ampie sulle ricadute sociali di tali norme, in termini di sostenibilità dello sviluppo e dunque, in definitiva, di qualità della vita della popolazione.

Tuttavia, come il movimento anti-tasse è passato dalla richiesta originaria di pagare meno - “storicamente nessuno Stato ha sopportato a lungo un’imposizione fiscale superiore al 30% del pil”, ebbe a dire the Gipper - a un rifiuto a priori di pagare le tasse, così i paladini della deregolamentazione non si limitano più a sostenere che le regole rallentano la creazione di impiego, ma si spingono ad affermare che lo distruggono. Ne discende che meno regole su ambiente, sicurezza e sindacato equivalgono a una misura di stimolo economico a costo zero.

Il salto logico è notevole, perché porta la teoria reaganiana dello Stato minimo alle sue estreme conseguenze. Se Reagan teorizzava lo snellimento dello Stato (peraltro mai realizzato veramente), i suoi epigoni ne propugnano la sostanziale eutanasia. In tal modo, inconsapevolmente, finiscono per volgere il controverso paradigma conservatore nel suo esatto contrario: un manifesto della sovversione. Se i democratici hanno un problema, i repubblicani ne hanno uno altrettanto serio.

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