Apertamente

di Rossella Guadagnini - Tornare a credere nello Stato perché lo Stato siamo noi. Tornare a credere nella politica per una nuova etica della politica. Tornare a credere nell’impegno perché "solo con la partecipazione collettiva e solidale alla vita politica un popolo può tornare padrone di sé". Sono le esortazioni, rivolte agli italiani, da Piero Calamandrei (Firenze 1889-1956), uno dei padri fondatori della Costituzione, tra i principali artefici della rinascita morale dell’Italia del secondo dopoguerra. Un Paese che, nel faticoso tentativo di uscire dalle macerie del conflitto, stentava a liberarsi dai cascami del Ventennio. Gli italiani di oltre mezzo secolo fa erano un popolo fiaccato dal fascismo, sconfitto dai suoi stessi alleati, che aveva la necessità immediata e assoluta di ricostruirsi un pantheon di glorie patrie, di valori condivisi e condivisibili. Un popolo che, superata ogni retorica, doveva rimboccarsi le maniche, seppellire i propri morti, imparare di nuovo a guardare con fiducia al futuro. E cosa offrire loro nella penuria spirituale e culturale che avvolgeva una società che aveva aderito, quasi in massa, a un regime trionfante poi miseramente caduto? Calamandrei non ha dubbi: Stato e politica, etica e impegno, responsabilità e senso del dovere. Parole forti, come si direbbe oggi, incitamenti chiari, espressi con slancio attraverso un pensiero folgorante, che non teme i confronti, non teme il ridicolo, non teme neppure i compromessi, gli aggiustamenti di cui la politica, spesso, ha bisogno "affinché dalle discussioni tra due contraddittori venga fuori una soluzione intermedia che abbia qualche costrutto pratico". In questo caso, occorre prima di tutto "che tutt’e due cerchino di capirsi". E qui è l’avvocato che parla, quello stesso principe del foro che difende, in un seguitissimo processo, il pacifista Danilo Dolci, che nel '56 organizzò un ‘sciopero alla rovescia’ per opporsi alla cronica mancanza di lavoro dei braccianti siciliani. Fu decisa la sistemazione di una strada comunale, abbandonata all’incuria; ma, durante i lavori di sterramento, i manifestanti-lavoratori vennero caricati dalla polizia e lo stesso Dolci arrestato.

Chi oggi, specie tra i più giovani, è affamato di idee e concetti importanti può trovarne quanti ne vuole nell’aureo libretto che raccoglie alcuni tra i principali discorsi di Calamandrei, appena mandato in libreria da Chiarelettere, nella collana Istant Book, con il titolo "Lo Stato siamo noi" (pp. 136, euro 7). Ecco un esempio dal celebre "Discorso ai giovani sulla Costituzione", pronunciato a Milano, nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria, il 26 gennaio 1955, in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di conferenze sulla nostra carta costituzionale, organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi: "La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che auguro a voi di non sentire mai (...), ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica".

Una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica

"La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova – prosegue Calamandrei – bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica". Cosa intendesse dire con queste parole è chiaro a tutti. Della Carta Costituzionale che contribuì a scrivere, egli fece un pilastro concettuale e culturale della nuova "religione civile" degli italiani, che si nutriva della partecipazione sociale.

Chissà che direbbe adesso l’insigne giurista, il professore universitario di chiara fama, autore anche di un’opera memorabile, intitolata "Elogio dei giudici scritto da un avvocato", in cui condensava l’esperienza professionale e accademica di 40 anni di attività, osservando l’attuale panorama della politica italiana. Una lettura (o una rilettura) di alcuni tra i suoi scritti più significativi risulta, al riguardo, illuminante. Tanto più quando, come accade in questi giorni, un giudice, Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, suscitando molte polemiche, sostiene: "Mi sento dalla parte della Costituzione, un partigiano della Costituzione, che dalla Resistenza partigiana è nata, restando sempre doverosamente imparziale nell'esercizio delle mie funzioni". "Venti anni fa – ha aggiunto in seguito Ingroia in risposta a chi lo ha criticato – a nessuno sarebbe passato per la mente di attaccare un magistrato di fronte a una dichiarazione di fedeltà ai valori costituzionali. E l’accostamento della parola ‘partigiano’ alla Costituzione non avrebbe destato scandalo. Oggi, invece, sì".

I discorsi e gli appunti pubblicati nel volume di Chiarelettere coprono un arco temporale che va dal 1946 al 1956. Un decennio cruciale, che vide la ricostruzione del Paese, che fu anche riedificazione politica e morale, a cui Calamandrei contribuì in larga misura, ricoprendo numerose cariche con un impegno costante in molteplici direzioni. Insieme a Francesco Carnelutti, fu uno dei redattori del codice di procedura civile del 1942, rettore dell’Università di Firenze dal ‘44 al ‘47, avvocato di fama e presidente del Consiglio Nazionale Forense dal ‘46 per un decennio; e, inoltre, accademico nazionale dei Lincei, direttore dell’Istituto di diritto processuale comparato dell’ateneo fiorentino. Come giornalista collabora con "Belfagor". Il suo discorso al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, tenutosi a Roma l’11 febbraio del 1950 in favore degli istituti pubblici e, in particolare, la parte "Facciamo l’ipotesi", è stata spesso citato nel 2008 contro le politiche in materia d’istruzione del governo Berlusconi e del ministro Mariastella Gelmini. Un discorso ripreso anche dal linguista Tullio De Mauro.

La ‘religione civile’ ha il suo valore essenziale nel senso dello Stato

Giurista e professore universitario (titolare nella sua città natale, dal ‘24 fino alla morte, della cattedra di diritto processuale civile) Calamandrei nel 1925 aderisce al Manifesto degli intellettuali antifascisti e collabora con la testata "Non Mollare", insieme a Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Carlo e Nello Rosselli. Durante il Ventennio fu uno dei pochissimi professori e avvocati che non chiese la tessera del Partito nazionale fascista, continuando sempre a far parte di una rete di opposizione al regime. Nel 1941 aderisce al movimento "Giustizia e Libertà" e un anno dopo è tra i fondatori del Partito d’Azione, con Ferruccio Parri e Ugo La Malfa. Nel 1945 è nominato membro della Consulta nazionale e nel 1946 eletto all’Assemblea Costituente. Tra le sue opere principali "Uomini e città della Resistenza", "Inventario della casa di campagna", "Fede nel diritto".

La maggior parte dei testi di "Lo Stato siamo noi" sono ripresi da "Il Ponte", rivista fondata dallo stesso giurista nel 1945, nel clima difficile di quegli anni, per difendere e indirizzare la nascente democrazia contro tutte quelle forze, politiche e non, che contrastavano il passaggio verso un'Italia diversa. Il progetto di Calamandrei, infatti, è ambizioso: "defascistizzare gli italiani", fondando una nuova, forte e coinvolgente, ‘religione civile’, capace di trovare nel senso dello Stato il suo valore essenziale, riscoprendo l’importanza della ‘cittadinanza attiva’.

Da "Apriamo le finestre", a "Una speranza nell’aria", l’invito costante è "alla ‘resistenza’, che è impegno, attivismo, protagonismo. Il contrario della ‘desistenza’, che è passività, rassegnazione, compiaciuta accettazione dell’esistente", spiega Giovanni De Luna, che insegna Storia contemporanea all’Università di Torino, autore della prefazione al volume di Calamandrei, nonché di un recente saggio "La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa" (pubblicato da Feltrinelli). Sono due diverse concezioni della politica, quelle delineate da Calamandrei, che vedono da un lato l’impegno, una convinta partecipazione civile, dall’altro il desiderio di molti di ritrarsi e "lasciare la politica ai politicanti".

Napolitano, "La politica siamo noi e sta a noi costruire qualcosa di fondamentale"

Oltre ai saggi che provengono da "Il Ponte", "Lo Stato siamo noi" riporta varie trattazioni, tra cui è il discorso tenuto durante la votazione per l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico (1949), in cui il giurista fiorentino argomenta le ragioni del suo convinto no, e, ancora, l’arringa in difesa di Danilo Dolci, che sostenne nel processo intentatogli per manifestazione sediziosa e turbamento dell’ordine pubblico. "Scuola e democrazia" e "Appunti sul professionismo parlamentare", entrambi del 1956, sono stati tratti rispettivamente da una raccolta postuma di scritti di Giovanni Ferretti e dalla rivista "Critica sociale".

"Qualche volta – ha dichiarato in giugno il capo dello Stato, Giorgio Napolitano nel corso di una celebrazione per l’Unità d’Italia, a Verona – ho l’impressione che ci sia chi teme in Italia che non ci si divida abbastanza politicamente. Stiano tranquilli, non saranno mai tutti d’accordo. I motivi anche di competizione, diciamo di giusta divisione, non spariranno. L’essenziale è che le divisioni non ci impediscano di operare insieme, di costruire insieme e di fare dell’Italia un protagonista del secolo così difficile che si è aperto". "Abbiamo parlato in questi tre anni il linguaggio della verità? – ha chiesto poi il presidente della Repubblica, nel suo intervento al Meeting di Rimini – Lo abbiamo fatto abbastanza, tutti noi che abbiamo responsabilità nelle istituzioni, nella società, nelle famiglie, nei rapporti con le giovani generazioni?". E, in ottobre, ha aggiunto "E’ un momento in cui si impreca molto contro la politica, ma la politica siamo noi e sta a noi costruire qualcosa di fondamentale".

Valida a distanza di un cinquantennio, la lezione di Calamandrei in fondo è semplice. Questo grande giurista del Novecento ci insegna che una nuova etica della politica è possibile, ora come allora. L’appello al rinnovamento morale e all’impegno civile del Paese, che emerge dall’insieme dei suoi commenti e annotazioni, è ancora oggi in grado di esercitare un potente richiamo. Soprattutto occorre nutrire una fede laica in noi stessi e nello Stato che siamo – avverte – convinto com’è che ricette facili non ce ne siano. Soluzioni a lungo termine forse. Ma tutte richiedono "impegno, dedizione, sforzo". Altrimenti non ne varrebbe la pena.

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