Apertamente

di Emilio Carnevali - Con il suo Big Bang della Leopolda Matteo Renzi ha seminato scompiglio nel campo democratico. Campione del giovanilismo e della battaglia anticasta, il sindaco di Firenze ha lanciato la sua proposta politica all’insegna dell’innovazione e del superamento dei vecchi steccati ideologici. Ma quanto sono “nuove” le sue idee? «Fermare il vento con le mani non si può», ha gridato Matteo Renzi dal suo raduno alla Leopolda sabato e domenica scorsi. Ma qual è la direzione del vento che il giovane rottamatore vorrebbe far soffiare nelle vele del Partito democratico? Concita De Gregorio ha coniato l’efficace definizione di «populismo di centro». In passato, e senza alcun riferimento diretto al sindaco di Firenze, Mario Tronti aveva parlato del «nuovismo come malattia senile del riformismo». Ecco, Renzi può essere visto anche come una versione estremista del nuovismo veltroniano: un “veltronismo decisionista” contrapposto all’originale “veltronismo ma-anchista”. Condivide con la retorica dell’ex leader Pd l’insistenza sui concetti del futuro, del cambiamento, della speranza, dell’ottimismo tecnologico. Ma miscela questi ingredienti senza i colori pastello e i toni ecumenici di Veltroni. Al pari di quest’ultimo Renzi cerca di sdoganare l’iconografia anni Ottanta dei tempi del riflusso, però lo fa con un di più di provocazione e aggressività: se Veltroni in fondo aspirava ad essere come il Cliff Robinson della nota serie televisiva americana, Renzi attinge più al Micheal J. Fox protagonista di tanti film sugli yuppies del reaganismo.

Qualcuno ha scritto che Renzi è di destra. Bisogna vedere cosa si intende. Se il parametro di paragone è quello della becera destra italiana, magari in una declinazione fortemente impastata di tendenze xenofobe e reazionarie come quelle rappresentate dalla Lega Nord, è ovvio che il sindaco di Firenze appartiene ad un universo politico assai distante, con il suo costante elogio della “società aperta” improntato al più classico cosmopolitismo liberale. L’accento posto sulla meritocrazia contrapposta al clientelismo, sul rischio contrapposto alla rendita, sull’impresa contrapposta alla finanza, distinguono il renzismo anche dall’altra destra, quella gretta e provinciale degli “accumulatori di roba”, spaventati solo che possano arrivare i “comunisti” al governo e ripristinare le vecchie norme anti-evasione introdotte da “Dracula-Visco”. Renzi ad esempio si è dichiarato a favore di una tassazione patrimoniale, misura tuttora impronunciabile dalle parti di Arcore (dove comunque il nostro non si è fatto problemi a recarsi in visita).

Se un parallelo con altri movimenti populisti può essere fatto, il renzismo richiama molto di più il “secondo craxismo” dei ceti emergenti del terziario contrapposti ai ceti declinanti dell’industrialismo novecentesco. Il mondo della moda e delle prime televisioni commerciali ha plasmato l’immaginario della “Milano da bere” che fece piazza pulita dei vecchi stereotipi del socialismo nenniano; la mela di Steve Jobs che campeggiava in bella mostra dal palco della Leopolda è chiamata a spazzare via le liturgie del “partito pesante” ereditato dai giovani rottamatori.
È grazie a questo valore aggiunto simbolico-evocativo che la proposta di Renzi, benché teoricamente confinata nella minoranza di un partito, risulta così seduttiva da poter competere da pari a pari con altri modelli liberal-modernizzatori cresciuti all’ombra del declino berlusconiano.

Sul piano dei contenuti Luca Cordero di Montezemolo e Renzi non si distinguono molto. Finanche gli “uomini delle idee” che sono stati reclutati per costruire l’impalcatura programmatica dei due progetti – ad esempio Nicola Rossi per la Fondazione Italia-Futura e Luigi Zingales per i rottamatori della Leopolda – hanno visioni sostanzialmente sovrapponibili, ispirate in ultima analisi a quel “liberismo di sinistra” che dalla stagione del New Labour di Blair è transitato fino al programma del Lingotto lanciato dal Pd a «vocazione maggioritaria» di Veltroni (quello con dentro tutti, da Paola Binetti a Massimo Calearo).
Rispetto a Montezemolo e Veltroni, Renzi è però capace di pescare con maggiore abilità e spregiudicatezza nel ricco serbatoio dell’antipolitica, cavalcando un mix di sentimenti anticasta e riscossa antigerontocratica all’insegna di un inedito grillismo in salsa democristiana.

Visto ciò che differenzia il sindaco di Firenze dall’attuale destra italiana e dal “centro modernizzatore”, resta da chiedersi cosa lo distingua dalla sinistra in senso proprio, cioè dalla categoria politica alla quale egli stesso dice di ascriversi dichiarando in continuazione che la “giustizia sociale” è l’architrave del proprio disegno di cambiamento. A nostro avviso questa differenza va rintracciata nel modo di concepire l’eguaglianza, che nella retorica del renzismo è quello tipico di un liberalismo non integrato dai contribuiti provenienti dalla tradizione socialista e cattolico-democratica. «L’eguaglianza non significa egualitarismo», ha detto Renzi nel suo discorso conclusivo alla Leopolda. «Il principio dell’uguaglianza dice che tutti devono avere la possibilità di partire dallo stesso punto, ma non dice che tutti devono arrivare allo stesso punto». Posto che ben difficilmente si troverebbe qualcuno capace di sostenere che non tutti devono partire dallo stesso punto – come al solito solo Silvio Berlusconi ebbe l’ardire di rompere questo tabù, durante la campagna elettorale del 2006, accusando Romano Prodi di voler mettere il figlio dell’operaio sullo stesso livello del figlio del professionista… – i liberali tout court potrebbero essere invitati ad un interessante approfondimento di indagine. Sono ormai numerosi gli studi teorici ed empirici che testimoniano la strettissima correlazione fra mobilità sociale intergenerazionale e sperequazione dei redditi. I paesi più egualitari – più “vetero-sinistrorsi” direbbe Renzi – sono anche quelli dove il “sogno americano” si avvera di più, cioè dove minore è la correlazione fra i redditi dei genitori e quello dei figli [1].

La gravissima crisi economica nella quale siamo immersi sembrava aver fatto piazza pulita di molta paccottiglia neo-liberista spacciata come ultimo ritrovato alchemico per una sinistra di governo all’altezza delle sfide della globalizzazione. Speriamo non vengano distillate ancora una volta come “innovative soluzioni” le stesse ricette che dentro questa crisi ci hanno condotto.

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