Apertamente

Scritto da Victor Ferry - Nel dibattito di questi giorni sul ruolo delle agenzie di rating la disputa sul rapporto tra politica e realtà ricalca l’antico contrasto tra due concezioni della politica: l’una che si basa su una attenta valutazione della realtà e l’altra che si fonda sulla persuasione. Verrà qui esaminata la relazione tra politica e realtà così come si presenta nel dibattito sul ruolo delle agenzie di rating nella crisi dell’euro. Queste agenzie forniscono valutazioni a soggetti debitori (per esempio governi nazionali o società private); i rating hanno lo scopo di valutare la capacità del soggetto debitore di rifondere il denaro che ha avuto in prestito. Negli ultimi due anni la visibilità delle agenzie di rating si è estesa ben oltre l’ambito degli specialisti della finanza. I rating sono diventati un tema centrale sulle prime pagine dei giornali, nei dibattiti pubblici e nell’agenda politica. In Europa la crescente visibilità delle agenzie di rating si può ricondurre alle preoccupazioni rispetto alla loro incidenza sul peggioramento della situazione economica dei paesi indebitati e la loro autorità si fonda sull’assunto secondo il quale l’osservazione della realtà da parte di esperti è in grado di offrire linee guida all’azione politica. Gli economisti di queste agenzie seguono l’andamento di una gamma di indicatori, delineano scenari per l’evoluzione delle attività finanziarie di un soggetto debitore e avanzano raccomandazioni tese a ottimizzare le capacità di rifondere i debiti da parte di questi. Posto che i report delle agenzie di rating godono della fiducia degli investitori, i soggetti debitori hanno un interesse a seguire le loro raccomandazioni; se si tratta di paesi debitori, le raccomandazioni riguardano di solito la riduzione della spesa pubblica. Così, l’azione politica viene adeguata a una valutazione “da esperti” della realtà. Ma che succederebbe se persino le analisi più sofisticate della realtà fossero ben lontane dal riuscire a prevedere le future evoluzioni? In questo caso, non ci sarebbe ragione di accordare la nostra fiducia a coloro che si suppone forniscano tali valutazioni della realtà. Il problema riguarda quindi la base su cui si fondano le decisioni politiche; se le giustificazioni dell’azione politica non vanno ricercate nell’osservazione della realtà, allora bisogna crearle. Per questo, la questione non è se tali giustificazioni siano autentiche, ma se siano abbastanza convincenti da trovare un consenso.
Nella critica di Platone ai sofisti era in gioco proprio la contrapposizione di queste due concezioni della politica. Platone riteneva che i politici dovessero seguire i consigli di coloro che erano istruiti e saggi al punto da arrivare a conoscere la verità. I sofisti pensavano che se i cittadini avevano il compito di dare forma alla propria realtà, dovevano anche essere preparati a elaborare argomentazioni e a utilizzarle per persuadere. Entrambe le posizioni hanno forti argomenti a proprio favore. Se riteniamo che una buona politica si basi su una buona rappresentazione della realtà, il fatto che anche lo strumento più sofisticato per cogliere tale realtà abbia un margine di errore non è una ragione sufficiente per rinnegarlo. Se non è possibile arrivare alla realtà, si può comunque avvicinarsi a essa. Se invece pensiamo che la politica sia governata dall’incertezza e dall’indeterminismo, basare la decisione politica sul giudizio degli esperti può limitare la libertà dei cittadini. In realtà una decisione politica basata sul giudizio di esperti non è da approvare, ma da comprendere. Questa alternativa ha anche implicazioni sul nostro modo di concepire il linguaggio e le argomentazioni. Se si crede nella validità dei giudizi degli esperti, una buona argomentazione è quella che offre una chiara visione dei limiti posti dalla realtà; se diamo la preferenza all’indeterminismo, una buona argomentazione sarà quella che offrirà una base all’azione politica nonostante un’irriducibile incertezza. Ritornando alla discussione sulle agenzie di rating, possiamo provare a dimostrare che l’antica contrapposizione appena citata è tuttora valida. A questo scopo può essere utile concentrarsi su un argomento che è stato utilizzato da molti di coloro che hanno partecipato al dibattito sulle agenzie di rating.
L’argomento che si vuole qui esaminare riguarda l’analogia tra un’agenzia di rating e un termometro (un’agenzia di rating sta alla crisi dell’euro come un termometro sta alla malattia). L’analogia è stata utilizzata sia da soggetti che si oppongono all’intervento politico nella attività delle agenzie di rating, sia da politici che ritengono necessarie nuove regole. Così si è espresso il responsabile economico di Citigoup, Willem Buiter: «Criticare le agenzie di rating è come gettar via il termometro solo perché ha indicato che abbiamo la febbre».[1] Alexandra Dimitrijevic, responsabile dei criteri di rating della Standard & Poor’s, ha sfruttato lo stesso argomento: «Rompere il termometro in una crisi, proprio quando si è malati, non è la soluzione».[2] La tesi secondo la quale le agenzie di rating non sarebbero altro che strumenti di misurazione non sta bene ai leader europei, che osservano il peggioramento della situazione economica dei paesi indebitati a ogni declassamento del loro rating. Essi sostengono che, declassando il rating di un paese, le agenzie aumentano il timore degli investitori sui mercati; per questo spesso le analisi delle agenzie sono state definite profezie che si auto-avverano. Se ora osserviamo le reazioni politiche dei dirigenti dell’Unione europea, anche in questo caso troviamo un ricorso all’analogia con il termometro. Michel Barnier, commissario per il Mercato interno e i servizi, si è espresso così: «Rompere il termometro non cura la febbre. La questione è se il termometro funziona bene ed eventualmente se possiamo usare più termometri per eseguire convalide e controlli».[3] Vale la pena di notare che da una parte e dall’altra l’uso della metafora del termometro pare condividere la stessa fiducia nelle virtù del giudizio degli esperti; anche le misure politiche discusse dalla Commissione europea seguono le stesse linee (creazione di un’agenzia di rating europea, rafforzamento dei controlli sui criteri del rating). Quella che viene messa in discussione non è la politica basata sui giudizi degli esperti, ma la precisione di tali giudizi. Come detto in precedenza, che tale concezione della politica comporta una certa concezione del linguaggio e dell’argomentazione. Se si ritiene che un buon argomento debba fornire una visione veritiera della realtà, si può cercare di verificare la rilevanza dell’analogia del termometro confrontandola con la realtà. L’aspetto interessante dell’analogia si trova però a un altro livello.
Chaïm Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca hanno studiato a fondo questa tecnica argomentativa nel loro trattato sull’argomentazione.[4] Una delle principali caratteristiche dell’analogia sta nel procedere dal più noto al meno noto. Nel nostro caso, il funzionamento del termometro è probabilmente più noto di quello di un’agenzia di rating. È ciò che potremmo definire aspetto didattico dell’analogia: aiuta a comprendere un fenomeno complesso paragonandolo a uno più semplice. Bisogna però precisare che un’analogia non procede solo in questa direzione, ma va anche in quella opposta. È possibile avere un’idea chiara di come funziona un termometro, ma nessuno è in grado di dare una spiegazione completa e definitiva degli effetti sull’economia delle attività delle agenzie di rating. È per questa ragione che il dibattito resta aperto. In quest’ottica l’analogia ha a che fare con quella che, riprendendo Emmanuelle Danblon,[5] si può definire «razionalità discorsiva». Intendo dire che un’analogia non si pone in stretta relazione tanto con la realtà, quanto con l’emozione immediata che produce e che può determinare la decisione. Tale emozione, che potremmo chiamare persuasione, è un modo per affrontare l’incertezza quando si deve operare una scelta. Uno dei suoi vantaggi sta nel fatto che non funziona di per sé, ma deve essere convincente per qualcuno. Nel contesto della democrazia, un buon argomento politico deve essere convincente per la maggioranza dei cittadini. Si può essere certi che quante più persone sono preparate a convincere e a essere convinte, tanto più è probabile che le decisioni politiche siano un’emanazione della libera volontà della maggioranza. Uno degli svantaggi consiste nella probabilità che qualsiasi argomento, che a prima vista sembrerebbe rilevante, possa perdere la propria forza. Quando viene sfruttato troppo risulterà vistosa la sua incapacità a cogliere la realtà, non produrrà più emozione e si irrigidirà trasformandosi in quella che i francesi chiamano langue de bois.
Rimane però un ultimo aspetto da rilevare, ed  è che la politica basata sui giudizi tecnici è solo un altro tentativo di fare fronte all’incertezza. Gli “AAA”, “AA+” o “BBB” che le agenzie di rating attribuiscono ai nostri paesi non sono così diversi dal modo in cui opera l’analogia del termometro: offrono un’istantanea della realtà sulla quale gli investitori basano le proprie scelte. Una differenza sta nel fatto che nel mondo della finanza l’avversione all’incertezza è tale che molte decisioni sono state delegate ai computer; i rating “AAA” come argomenti non sono messi in discussione, ma applicati. Agli esseri umani non si chiede più di sostenere l’onere della scelta. Non sarebbe un problema, se questo sistema decisionale incidesse solo sulle persone che ne prendono parte.

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