Apertamente

di Fabrizio Maronta - Semmai vi fosse ancora qualche dubbio su quale sia il vero campo di battaglia delle prossime elezioni presidenziali, un recente sondaggio Gallup ha fatto piazza pulita di ogni residua incertezza. La rilevazione, effettuata tra il 15 e il 18 settembre, dà forma ai peggiori incubi di Barack Obama: stando ai numeri, la maggioranza degli americani ritiene infatti il presidente (cor)responsabile del misero stato in cui versa l’economia nazionale. Per Obama è una prima assoluta: mai prima d’ora l’elettorato si era espresso in questi termini nei suoi confronti. La buona notizia è che, come di consueto, si registra un netto divario tra repubblicani e democratici: se i primi bocciano a schiacciante maggioranza (86%) la performance economica presidenziale, i secondi si mostrano più clementi, laddove “solo” 1 su 4 addebita alla Casa Bianca una responsabilità specifica rispetto all’andamento dell’economia.

La cattiva notizia è che la percentuale degli insoddisfatti è pericolosamente alta tra gli elettori indipendenti: 60%. Se si votasse oggi, Obama dovrebbe sperare più nell’inconsistenza dei suoi avversari che nella propria capacità di replicare autonomamente l’exploit del 2008.

I nuovi dati gettano nuova luce sulla cruciale importanza politica – oltre che economica — della manovra da 3.600 miliardi di dollari presentata dal presidente pochi giorni fa. Alla cui capacità di sopravvivere al passaggio parlamentare e di risollevare, almeno in parte, l’economia sono affidate le chance di rielezione del suo estensore.

Tra le misure più simboliche e pubblicizzate spicca la celebre “regola Buffett”, che in sostanza mira a introdurre a livello nazionale il concetto che i detentori di redditi alti (superiori al milione di dollari) debbano pagare un’aliquota superiore, o almeno non inferiore a quella che grava sui redditi medi. Un’iniezione di progressività, in un sistema fiscale come quello americano che, negli ultimi trent’anni, ha assistito a due tendenze parallele: la defiscalizzazione delle fasce di reddito più alte e la penalizzazione dei redditi da lavoro rispetto alle rendite finanziarie.

Il principio è sacrosanto. In un momento in cui si chiedono sacrifici pesanti al paese, volti peraltro a correggere gli squilibri di un’economia “drogata” per decenni da un eccesso di finanza, è moralmente ed economicamente doveroso pretendere da ciascuno un contributo proporzionale alle proprie possibilità. Specialmente se i più abbienti sono tali anche in virtù della loro abilità di speculatori, come nel caso dello stesso Warren Buffett.

Dal punto di vista strettamente fiscale, invece, è lecito chiedersi se l’aumento delle tasse ai superricchi possa essere assunto a pilastro di una più ampia strategia volta a far cassa per ripianare il debito e rimpinguare l’esangue erario statale. Qualche dubbio sorge guardando alla California, dove dal 1987 vige un sistema fiscale in cui (a differenza che nel resto del paese) redditi altissimi e rendite finanziarie sono tassati più dei redditi medi, nella misura media di un 10% aggiuntivo.

L’esperienza californiana, come evidenziato di recente da George Skelton, mostra che affidarsi pesantemente al prelievo fiscale sui redditi altissimi comporta dei margini d’incertezza alla lunga intollerabili per il perseguimento di funzioni e politiche pubbliche che, viceversa, necessitano di entrate stabili. Questo non tanto perché i superricchi sono pochi, quanto perché l’entità dei loro patrimoni (dunque, della loro base imponibile) è spesso soggetta all’arbitrio dei mercati: vuoi perché le fortune derivano interamente o principalmente dalla finanza, vuoi perché esse - pur provenendo da attività economiche in senso stretto - sono spesso investite in titoli, azioni e alti “prodotti” finanziari dal corso più o meno altalenante.

Gli effetti sul prelievo fiscale emergono chiaramente dai dati del ministero delle Finanze californiano, secondo i quali nel 2008 (ultimo anno per cui siano disponibili dati consolidati) l’1% di contribuenti più ricchi ha generato il 37% del gettito totale dell’imposta sul reddito. Nel 2007, prima del collasso dei mercati azionari, era stato il 48%: ben l'11% in più. C’è da presumere che negli ultimi due anni le cose non siano andate meglio. Per compensare un simile ammanco, lo stesso ministero ammette che bisognerebbe tassare maggiormente i redditi compresi tra 50 a 100 mila dollari. Cioè: la classe media.

Qui sta il grande dilemma di questa crisi. Da un lato è ormai chiaro che senza un’iniezione di spesa pubblica (le famigerate politiche keynesiane), che rilanci redditi e consumi interni, difficilmente le economie occidentali usciranno dalla spirale deflazionistica. Ma stante l’attuale livello d’indebitamento pubblico, i quattrini lo Stato li deve prendere dai contribuenti, aumentando le tasse. E ferma restando l’opportunità di riequilibrare il prelievo tra redditi alti e medi, è utopico pensare di esonerare questi ultimi, dato che essi costituiscono il grosso della base imponibile nazionale.

D’altro canto, il prelievo aggiuntivo non dev’essere tale da deprimere il potere di spesa - e la competitività delle imprese - in misura tale da uccidere in culla ogni accenno di ripresa. Questa la campana che suona per Obama, ma soprattutto per il partito repubblicano, ostaggio della vulgata anti-statale della sua ala più estrema, il Tea Party.

Ovviamente, il presupposto fondamentale di questi ragionamenti è che le tasse le paghino tutti. E qui la campana suona, assordante, per noi.

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