Apertamente

di Lorenza Carlassare, da il Fatto quotidiano - Parla di cose scomode l'art. 54 della Costituzione, fedeltà , disciplina, onore, concetti desueti di cui sembra smarrito il senso. Tutti hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi; i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge. Il verbo affidare ha un valore profondo: implica fiducia nelle persone a cui affidiamo le nostri sorti, la libertà , la giustizia, l'economia, la salute, il futuro dei figli, il destino del Paese. Sono parole semplici e gravi che, col riferimento alla disciplina, evocano comportamenti dignitosi, rigorosa osservanza di norme e regole; e con il riferimento all'onore coinvolgono il profondo della persona. Il giuramento, previsto dalla Costituzione stessa per capo dello Stato e ministri, rafforza il vincolo coinvolgendo la coscienza, e dunque la persona nella dimensione pubblica e privata. Col giuramento si ha un rafforzamento dei doveri costituzionali, come si vede dalla formula del giuramento dei ministri “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Al dovere giuridico si aggiunge il dovere morale: l’obbligo di esercitare le funzioni “nell’interesse esclusivo della Nazione” è già nell’obbligo di fedeltà dell’art. 54. E dunque, ponendo in primo piano i propri interessi e subordinando a questi l’interesse della nazione il ministro viola insieme l’art. 54 e il giuramento prestato. Di conseguenza è anche ‘spergiuro’, responsabile per aver mancato ai propri doveri istituzionali e alla propria coscienza. L’art. 54 si rivolge in primo luogo all’esercizio delle funzioni e riguarda tutti: parlamentari, ministri, magistrati, pubblici funzionari, alte cariche amministrative e militari. Ma vale anche per la vita privata di coloro ai quali le funzioni sono ‘affidate’; dignità e rispetto delle istituzioni sono valori che vanno preservati. Oggi non lo sono e il danno enorme per il Paese non può continuare a essere ignorato.

Impressiona il contrasto fra comportamenti e norme: interessi privati muovono in modo vistoso l’azione di coloro cui le pubbliche funzioni sono ‘affidate’. L’etica repubblicana sembra scomparsa, così come dignità e onore. Ogni giorno emergono fatti nuovi, sempre più sconcertanti e intollerabili persino per una sensibilità già ridotta da lunga assuefazione. Viene alla luce un intreccio pesante, una rete di corruzione praticata in forme sempre più ripugnanti: soldi, benefici d’ogni sorta e privilegi inammissibili sono oggetto di scambi osceni tra politici, funzionari pubblici, faccendieri, imprenditori, aspiranti agli appalti, arrampicatori miserevoli e avventurieri d’ogni sorta, ma non solo: addirittura donne, carne disponibile, merce. L’indignazione cresce di fronte all’enormità dello squallido e volgare spettacolo che coinvolge parte rilevante delle istituzioni e sembra radicato nel sistema. In qualsiasi altro ordinamento ciò comporterebbe immediate e spontanee dimissioni di politici e amministratori per non distruggere il prestigio delle istituzioni. La risposta dei nostri governanti, invece, è tutt’altra: eliminare ogni possibilità di incriminazioni approvando leggi pensate al fine di sfuggire alla giustizia. Leggi di tutti i tipi, dalle immunità al processo breve, al processo lungo, tutte nell’esclusivo interesse degli inquisiti. In questo modo il dovere di esercitare le funzioni nell’’esclusivo’ interesse della nazione viene una seconda volta violato: a violazione si aggiunge violazione.

Ma agli scandali nella vita pubblica e privata, alle donne, ai pagamenti in natura o in favori, alla vergogna dei ricatti si aggiungono fatti, dichiarazioni e comportamenti di persone che ricoprono funzioni ministeriali, in aperta e clamorosa violazione al dovere di ‘fedeltà ’ alla Repubblica nella sua ‘unità ’, alle sue leggi, alla sua Costituzione. Può essere tollerato l’invito alla secessione? O il vilipendio costante della magistratura e l’attacco alla sua indipendenza costituzionalmente garantita? Simili cose si ripetono senza tregua e vanno ben oltre le dichiarazioni verbali: la vicenda di Monza e dei ministeri è un già un ‘fatto’. Non credo sia possibile assistere più a lungo passivamente; troppo profondo e vicino è il baratro in cui stiamo precipitando.

Molte voci si levano invitando a ‘staccare la spina’. Da chi? In che modo? Inutile chiedere le dimissioni a politici abbarbicati al potere nel disperato tentativo di salvare sé stessi e il loro interesse meschino: inutile sperare in una conversione dei ‘riciclati’ fin quando non intravvedano la possibilità di un nuovo conveniente riciclaggio. E allora? È vero che i meccanismi che consentono il normale scorrere della vita democratica in un sistema parlamentare appaiono inceppati. Pesanti ostacoli sono stati posti, primo fra tutti una legislazione elettorale che mettendo l’intero potere nelle mani di una maggioranza artificiale impedisce ogni dialettica democratica; legando i parlamentari al volere del capo ne elimina la responsabilità verso gli elettori; introducendo (attraverso la previa indicazione del premier) un presidenzialismo fasullo privo di limiti e controlli, altera la forma di governo. In un contesto di tale gravità non sembra del tutto azzardato pensare al potere del capo dello Stato d’intervenire per rimettere in moto il sistema inceppato, per consentirgli di funzionare, un potere da tutti riconosciuto. È una strada problematica e difficile da percorrere, ma altre non se ne vedono.

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