Apertamente

di Giovanni Mafodda - RUBRICA GEOECONOMIE DELLA CRISI. La tappa cairota del tour diplomatico del primo ministro serviva a rafforzare le aspirazioni della Turchia alla leadership regionale. I generali al potere e i Fratelli musulmani non hanno gradito i riferimenti a Israele e all'islamismo politico. Il primo ministro turco Erdoğan, con una perfetta scelta di tempi, forte della sempre più diffusa simpatia di cui gode tra le popolazioni arabe a seguito dell’escalation diplomatica innescata con Israele e dopo aver chiamato tutti all’“obbligo” del riconoscimento dello Stato palestinese e della sua adesione all’Onu, ha effettuato, partendo dal Cairo, un trionfale tour delle “primavere arabe” che lo ha portato anche in Tunisia e Libia. La visita aggiunge nuovo vigore alla politica estera attuata ormai da tempo da Ankara nell’area medio-orientale. C’è chi parla di politica neo-ottomana. Il premier, con toni che alla stampa egiziana sono risultati in qualche caso troppo marcati, ha dispensato consigli e suggerimenti sui principali temi sul tavolo della delicatissima congiuntura politica del Cairo: da come trattare con Israele, alla necessità di una contemperanza tra Stato laico e religione islamica nel futuro politico del nuovo Egitto.

Temi che, da una parte, hanno creato qualche imbarazzo alla giunta militare egiziana che ospitava, nelle stesse ore, una delegazione israeliana giunta al Cairo per trovare una soluzione alla crisi nelle relazioni tra i due paesi; dall’altra, hanno provocato la stizzita reazione della Fratellanza Musulmana.

Le prospettive dell’ambizione di Erdoğan alla leadership regionale si sono palesate chiaramente già lo scorso febbraio in occasione delle prime manifestazioni di piazza al Cairo. In quell’occasione non solo si rivolse al presidente Mubarak invitandolo a non favorire alcun spargimento di sangue: “Moriremo e ci chiederanno che cosa abbiamo fatto delle nostre vite…devi sentire le urla della gente e accogliere le loro richieste…” , ma aggiunse: “La Turchia sta giocando un ruolo che può far ‘ribaltare le pietre’ nella regione e può cambiare il corso della storia. Miei cari fratelli, stiamo perseguendo una politica estera assertiva.

La Turchia sta dicendo no agli oppressori. Sta sfidando quanto era ciecamente accettato fino ad ora. Sta chiamando assassini gli assassini. Sta abbattendo i tabù. La Turchia sta dicendo “fermatevi” a quanti condannano gli altri alla povertà ed agli embargo. In ogni occasione la Turchia sta urlando la verità e la giustizia. La Turchia sta opponendo una forte volontà per aiutare la pace, la stabilità, la tranquillità, la democrazia, la legge universale, perchè il diritto e la libertà prevalgano in questa regione. Noi rappresentiamo una mentalità che cerca per i propri fratelli le stesse cose che chiede per sé stessa”.

Il discorso ebbe vasta eco, anche in considerazione del silenzio proveniente dall’Europa e dagli Stati Uniti, per non dire di Israele dove il cambio dello status quo fu da subito interpretato come contrario agli interessi di Tel Aviv; esso è sufficiente a dare spiegazione della calorosissima e molto partecipata accoglienza con cui le folle del Cairo hanno salutato l’arrivo del primo ministro turco. Scenario utile anche al non secondario obiettivo della visita di Erdoğan: quello di solleticare l’orgoglio ed il prestigio turco in patria.

Forte della sempre crescente rilevanza economica del suo paese, che viaggia su tassi di incremento superiori perfino a quelli della Cina - e che ha fatto superare, nel 2010, quota tre miliardi di dollari all’export turco in Egitto - Erdoğan si è fatto accompagnare da una rappresentanza di 200 imprenditori, portatori di proposte di investimento. È prevista la creazione di un Consiglio strategico turco-egiziano chiamato a trasformare nei fatti la collaborazione tra i due paesi in partnership strategica. Sebbene finanziamenti economici all’Egitto da Stati amici e orgasmi internazionali non siano mai scarseggiati, in considerazione della fase di estrema difficoltà che il paese continua a versare, quelli turchi si presentano come realmente legati alla ricerca di un profitto mutuamente conveniente e sono perciò percepiti come lontani da una finalità controrivoluzionaria, che invece grava sugli aiuti provenienti da Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar.

Il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, ha dichiarato alla stampa egiziana che si attende che a seguito degli accordi presi nel corso degli incontri il valore del commercio tra i due paesi passi dai 3 ai 5 miliardi di dollari all’anno e che alla stessa cifra possano presto arrivare gli investimenti Turchi in Egitto, al momento pari a 1,5 miliardi di dollari. Sul versante più squisitamente politico Erdoğan, credente musulmano, fa leva su una discussione di fondo che vede fronteggiarsi le opposte fazioni dei liberali e degli islamisti dall’indomani dell’uscita di scena di Mubarak e porge alla richiesta di autodeterminazione delle “primavere” la best practice del suo attuale modello politico di governo laico.

Erdoğan nel 2003 è infatti riuscito nella titanica opera di salire al potere con un partito islamico, “Giustizia Islamica e sviluppo” e a governare poi il paese senza far soffrire le fondamenta democratiche dell’esercizio politico; successivamente ha sottratto all’esercito, dopo 80 anni, il ruolo di guardia pretoriana della Repubblica Turca. A poche ore dal suo arrivo al Cairo dal pulpito mediatico di “Ore 10”, il talk show più seguito nel paese, il premier ha detto: “Agli egiziani che vedono il secolarismo come escludente la religione dallo Stato, o come un modo infedele di gestire lo Stato, io dico vi state sbagliando…Il secolarismo turco rispetta gli atei perchè in definitiva la Turchia è uno stato che crede nel governo della legge”.

Argomentazioni subito rigettate dalla Fratellanza musulmana, che attraverso il suo portavoce, Mahmoud Ghuzlan, ha parlato di ingerenza negli affari interni dell’Egitto e ha commentato che gli esperimenti di altri non possono essere clonati. Ma nell’orbita di quella stessa variegata compagine politica - che al momento ha concentrato le sue rivendicazioni su ambiti eminentemente economico-sociali - c’è anche Abdel Monem Aboul, candidato presidenziale, già personaggio di spicco della Fratellanza, che si è auto-definito “l’Erdogan d’Egitto”.

Per quanto riguarda Israele, l’Egitto resta comunque legato a Tel Aviv dal trattato di pace del 1979. L’imbarazzo dell’amministrazione egiziana a fronte dei continui aspri riferimenti alla politica israeliana fatti dal primo ministro nel corso della visita è tanto più comprensibile in considerazione del momento di grande fragilità dei rapporti tra i due paesi. L’impasse seguita all’uccisione di sei guardie di frontiera egiziane in un raid israeliano di reazione ad un attentato terroristico e il successivo assalto dell’ambasciata d’Israele al Cairo da parte dei manifestanti sono al centro della ripresa di delicati incontri diplomatici.

“Ci troviamo in una posizione strategicamente molto sensibile al momento”, ha detto al quotidiano egiziano Al Masry Al Youm, Gihad Ouda, professore di relazioni internazionali dell’Università Helwan, “Le relazioni con i nostri tradizionali alleati nella regione sono precarie e per questo l’Egitto non deve farsi strumento dei disegni turchi. Deve esserci cautela, non sregolatezza”.

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