Apertamente

Scritto da Antonio Menniti Ippolito - Partiamo dall’antipolitica. L’attacco ai privilegi della “casta” è feroce, così come, di fatto, la difesa che la “casta” mostra di volerne fare. Centinaia di migliaia di italiani vivono di politica e pretendono uno status consono all’ufficio che ricoprono... Partiamo dall’antipolitica. L’attacco ai privilegi della “casta” è feroce, così come, di fatto, la difesa che la “casta” mostra di volerne fare. Centinaia di migliaia di italiani vivono di politica e pretendono uno status consono all’ufficio che ricoprono. Quando il 2 giugno si svolge sui Fori imperiali la sfilata, tutte le strade limitrofe si riempiono di una quantità spaventosa di macchine di servizio: non esiste forse occasione per vederne tutte assieme così tante (e per covare un po’ d’istintiva, e più che mai giustificata, “antipolitica”). Secoli fa, nel tempo delle Corti e delle classi dirigenti aristocratiche, la questione si poneva in modo molto più semplice. Di norma infatti lo sfarzo, le carrozze, i palazzi, le schiere dei servitori con le loro livree e tutto quanto necessario veniva pagato da coloro stessi che erano investiti di un ruolo che presupponeva il mantenimento di una dignità consona allo status conseguito. Una dignità obbligatoria: un funzionario d’alto livello doveva andare in giro con una vettura trainata da un numero opportuno di cavalli, vivere in una residenza di livello adeguato con un numero minimo di servi e così via. Nella “democratica” Roma papale, ove anche ad un plebeo era possibile aspirare al papato, chi entrava in prelatura doveva cercare comunque di raggranellare da sé il denaro necessario per sostenere quella dignità, compito non semplice, specie ad inizio carriera. I patrizi veneziani, se di famiglia decaduta, brigavano quanto possibile per fuggire da cariche pubbliche pur prestigiose ove avrebbero potuto mantenersi solo indebitandosi o dilapidando quel che restava del patrimonio privato. Naturalmente, prima che qualche antipolitico si appassioni all’idea, cosa del tutto possibile, anzi certa, va detto che si tratta di strade oggi non più praticabili, per motivi evidenti. Con questo metodo, anzitutto, le funzioni pubbliche verrebbero affidate ai soli ricchi e la vicenda italiana di questi anni mostra come non sia vero che i ricchi, i ricchissimi anzi, essendo già tali, non debbano covare anche interessi privati nell’attività pubblica. E poi i funzionari d’Antico Regime, pur pagando i servizi di tasca propria, avevano modi per finanziarsi che difficilmente, addirittura nel mondo di oggi, sarebbero tollerati.
I “politici”, di destra e di sinistra, fronteggiano di norma l’antipolitica con un argomento ingenuo, se non assurdo e suicida, che si può sintetizzare nell’adagio, frequentemente usato, del bambino che viene buttato assieme all’acqua sporca. E se invece si provasse a cercare di buttare via solo l’acqua sporca? Con volontà e determinazione lo si potrebbe fare, ad evitare la morte sicura, in ogni caso, dell’infante (il bambino, in definitiva, non morirebbe nell’una e nell’altra situazione?). Altro argomento è quello che non si dovrebbe solo indicare ciò che avviene ai più alti livelli, ma intervenire anche su quelli più bassi: sulle istituzioni locali, su quelle istituzioni e su quegli enti economici comunque collegati alla politica ecc. Si dipingono scenari apocalittici che dovrebbero ispirare – per intento di chi li evoca – prudenza nell’insistere con propositi di riforma i cui effetti potrebbero ripercuotersi negativamente sui molti, sui troppi, in Italia verrebbe da dire talvolta sui tutti che vivono di politica. Ma che argomento è questo? Vogliamo vivere finalmente in “una bene ordinata Repubblica” o dobbiamo lasciare la speranza all’antico pensatore fiorentino?
Perché si dice questo? Perché la malattia, ma spesso pure le medicine chiamate a combatterla, pure da molti riformisti, alimentano la rabbia “antipolitica” e questa distrugge ogni prospettiva di presente e futuro. Ma perché questa rabbia è oggi così radicata ed estesa?
In primo luogo, in questo ultimo tempo, perché la legge elettorale di Calderoli e Berlusconi ha trasformato i parlamentari in cortigiani. Si diventa parte delle supreme magistrature del paese perché Luigi XIV (o il Re Sole di oggi) convoca i designati a Versailles. Né più né meno di questo. La politica, intesa come rappresentanza, come espressione della forza viva della società, si è suicidata. A dimostrazione di ciò il paradosso di una coalizione di governo in crisi profonda di consensi nel paese e che ne acquisisce invece in Parlamento. Un controsenso legato tra l’altro alla cruda logica di prolungare la permanenza a Versailles da parte di chi ha goduto nel 2008 di un munifico dono. E il tema della riforma di questa legge elettorale è un altro di quei mantra che rischia solo di infastidire chi lo ascolta. La necessità condivisa da molti e forse dai più risulta annacquata, resa grottesca anzi, dal festival delle proposte di riforma che immancabilmente viene celebrato da tanti improvvisati o meno riformatori. Il modo sicuro di uccidere un progetto di riforma è proprio quello di non presentarne mai uno che valga almeno per una quota significativa di partito. E sempre, dopo quel caos, si ritorna al punto di partenza, al Porcellum, che fieramente rimane, distruggendo l’essenza della democrazia.
Quali gli antidoti, nella penosa realtà di oggi dove pure le recenti tornate elettorali e sotto certi aspetti anche la rabbia antipolitica, hanno mostrato e mostrano un desiderio di democrazia diretta che se non troverà indirizzo potrebbe sfociare nel furore sanculotto? Anzitutto occorre cercare di dare comunque valore alla rappresentanza anche all’interno delle miserrime coordinate dettate dalla destra nel 2006. Primarie, primarie, primarie. Vere, battagliate, aperte, aspre così come sono state le primarie che hanno deciso le candidature a Cagliari, a Torino e a Milano e ancor prima in Puglia. Nessuno, ma proprio nessuno, dovrebbe comparire sulle liste elettorali, bloccate o non bloccate dalla legge elettorale, se non perché la sua candidatura è stata scelta nel corso di primarie. Ci sono nel Parlamento presenze, nelle fila di tutti i partiti, nessuno escluso, che inquietano così come l’abuso delle auto blu, che denotano rendite di posizione, frutto di appartenenze a cordate interne (almeno nella migliore delle ipotesi), benefici legati inspiegabilmente ad esperienze di responsabilità anche tutt’altro che entusiasmanti. Allo stesso modo pare doveroso cancellare l’esperienza di candidare non individui perché vocati o perché capaci di qualcosa, ma perché simboli di una realtà, di una condizione. E il Partito Democratico dovrebbe sostenere candidature alle primarie che nascano da positive esperienze amministrative, e pazienza, se nella prossima legislatura, quella che dovrà ricostruire dalle macerie, mancherà qualche notaio, qualche avvocato o altro professionista o ci sarà qualche barone universitario di meno. L’assenza o la debolezza dei rappresentanti di qualche categoria potrebbe al contrario favorire qualche necessario processo di liberalizzazione e modernizzazione. Quello che occorre sono ingeneri e manovali, ovvero in senso metaforico gente che porti idee e che sia capace di realizzarle guardando soprattutto al futuro, donne e uomini in grado di dare qualcosa alla collettività e non alle loro corporazioni, fosse anche la corporazione politica selezionata grazie al Porcellum, che ha mostrato, di fronte alla manovra d’emergenza, e prima della rivolta morale, in gran parte la sua pochezza. Gente che abbia dimostrato di valere sulla base di esperienze a qualsiasi livello comportanti responsabilità di gestione della cosa pubblica: dai municipi, ai comuni, alle province ecc. Che abbia dimostrato spirito di servizio, capacità e correttezza. Che si veda responsabilizzata sulla base del merito (e che sia libera da pendenze giudiziarie, ci mancherebbe).
Applicazione integrale, integralista, anzi, del metodo delle primarie. Sarebbe il collegio elettorale il giudice delle candidature e questo dovrebbe avere la libertà di scegliere tra i rappresentanti, da collocare assolutamente nelle liste nell’ordine dettato dai consensi ricevuti, senza alcuna limitazione. E questo è, come evidente, un punto centrale. Sarebbe grottesco se tanto sforzo venisse ridicolizzato da un posizionamento basso nell’elenco dei candidati.
Non sembrano esservi altre strade per raccogliere le indicazioni scaturite dalle elezioni di primavera e dalla clamorosa affermazione dei referendum. L’applicazione “fondamentalista” di tal genere di primarie porterebbe in qualche caso inconvenienti, ma sembra essenziale per assicurare serietà ed efficacia all’operazione nella situazione drammatica in cui ci troviamo.

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