Apertamente

di Enrico Beltramini - RUBRICA UNITED STATES INSIDER. Oggi il dibattito in America verte sulle  ricette per rimettere in sesto i conti pubblici e sulla nuova realtà geopolitica. L’America è in declino? Certamente, quella del declino è una possibilità. Ma non c’è niente di inevitabile nella storia. Il declino, se arriverà, arriverà inaspettato. SAN FRANCISCO - Il primo decennio del XXI secolo è stato il tempo del declino. Il dibattito è stato centrato sul declino. Come possono gli Stati Uniti, l’unica superpotenza rimasta dopo il crollo dell’Unione Sovietica, mantenere il loro status di superpotenza in un mondo esplicitamente minaccioso e fintamente acquiescente? A questa domanda la risposta è stata: con la forza. Ma questa risposta non è stata univoca e certamente non è stata l’unica. Anche se ha adottato la forza come risposta prima e fondamentale alla minaccia portata dai nemici esterni, il paese si è soprattutto chiuso in se stesso, come una fortezza assediata.

La sindrome dell’assedio ha liberato energie e riflessi condizionati che erano state – rispettivamente – represse e sopite. Le energie dei pacifisti erano state soffocate, salvo ‘esplodere’ nella campagna elettorale del 2008. Non era soltanto una questione di pacifismo, per la verità: era che per una quota crescente di americani, la guerra (cioè l’impiego della forza) non era la risposta adatta al terrorismo - dove per ‘terrorismo’ si intende una categoria politica, cioè i nemici dell’America, chiunque e ovunque essi siano.

Obama ha incarnato questa alternativa, quella del dialogo e della pacificazione dei rapporti internazionali; un'alternativa che non era nata nel 2008, ma nel 2003, al momento dell’estensione della guerra all’Iraq. Quello è il momento in cui si apre la frattura nel consenso – fino ad allora assoluto – dell’opinione pubblica americana sulla guerra al terrorismo.

I riflessi condizionati dell’isolazionismo erano rimasti sopiti per otto lunghi anni, dal 2001 al 2008, quando un bellicoso John McCain solennemente dichiarava in campagna elettorale che gli Stati Uniti sarebbero rimasti in Iraq “cento anni” se necessario. Ma se guardiamo oggi ai candidati repubblicani alla presidenza, non ce n’è uno che proponga l’estensione della occupazione dell’Iraq o spinga per espandere la guerra in Medio Oriente. In poco meno di tre anni, l’interventismo di McCain si è trasformato in isolazionismo. Parte di questa evoluzione in campo conservatore è una reazione alle leggi anti-terrorismo varate dall’amministrazione Bush: gli eccessi di Guantanamo hanno toccato un nervo scoperto dell’opinione pubblica americana, quella delle libertà individuali.

Sapere che oggi ci sono 135 mila dipendenti del governo federale che lavorano per progetti confidenziali e fuori dalle leggi ordinarie, che hanno un’identità segreta e non rilevabile dai data base ordinari, non soltanto spaventa i liberali ma soprattutto crea preoccupazione nei conservatori del Tea party. Non c’è ‘sicurezza nazionale’ che tenga quando sono in gioco l’equità del trattamento davanti alla legge e le libertà individuali in America. In questo senso, l’isolazionismo è certamente più una reazione al complesso militare-industriale cresciuto all’ombra dell’amministrazione Bush che alla paura della Cina.

Non per niente fu il generale - e presidente repubblicano - Dwight Eisenhower a coniare l’espressione ‘complesso militare-industriale’ e a indicarlo all’opinione pubblica americana come una minaccia ai diritti inviolabili della persona. Oggi esiste ampia convergenza dell’opinione pubblica sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo.

Pacificazione dei rapporti e isolazionismo si sostengono a vicenda, lasciando a una sparuta pattuglia di nostalgici neo-con e a una più consistente fazione di tradizionali conservatori la responsabilità di mantenere in vita la tradizione egemonica americana. Il ‘buonismo’ di Obama nasce dalla frattura nell’opinione pubblica causata dalla estensione all’Iraq della guerra al terrorismo; l’isolazionismo dei suoi oppositori repubblicani dalla volontà di restaurare la sovranità delle libertà individuali e della giustizia davanti alla legge.

La fase della ‘sicurezza nazionale’ che tutto giustifica e tutto legittima, è finita. Si torna alla normalità. E la normalità è ricostruire l’America. Oggi il tema non è più il declino, ma come ricostruire l’America. Non ‘come ricostruire l’America per evitare il declino’, ma piuttosto ‘come ricostruire l’America in modo da partecipare come primus inter pares nella comunità internazione del XXI’.

Un ruolo che è certamente superiore a quello che il paese ha esercitato dalla fine della seconda guerra mondiale al 1989, anche se certamente inferiore a quello immaginato dai neo-con nella breve primavera bushiana. Il dibattito è questione di ricette, e infatti di queste si parla nella conversazione pubblica. Con la consapevolezza che non è la prima volta che l’America si trova a doversi reinventare, e che le volte precedenti c’è riuscita abbastanza bene. Per esempio, negli anni Settanta, quando il problema era quello di ristabilire il principio di autorità, e fu eletto Richard Nixon. Negli anni Ottanta il problema era quello di rintuzzare la minaccia giapponese alla leadership economica americana e sconfiggere politicamente l’Unione Sovietica, e fu eletto Ronald Reagan. Il decennio successivo, il problema era quello del bilancio federale. E Bill Clinton lasciò Washington con il bilancio federale in surplus. Oggi il dibattito è di nuovo su come rimettere in riga i conti pubblici e riconoscere che ci sono almeno due economie che possono sfidare quella americana: quella cinese e quella indiana. Ma questo è tutto.

L’America, come si dice qui, “may be down but is not out”. Il pugile è stato contato ma il match continua. E allora, se questa è la situazione, ha senso parlare ancora di declino? E collegare il declino alla crisi economica e all’ascesa della Cina? Per rispondere a questa domanda è utile introdurre la differenza tra il declino, che è una categoria storica, e il ‘declinismo’ che è un’ideologia.

Dicesi ‘declinismo’ la categoria intellettuale – di stampo ottocentesco – che vede nei processi storici un certo determinismo implicito; il capostipite è certamente Edward Gibbon e il suo più illustre rappresentante Oswald Spengler. Secondo questa teoria, ogni impero declina. I seguaci del declinismo ne derivano che, per definizione, così farà anche quello americano: di conseguenza, ogni segno di crisi degli Stati Uniti è interpretato come l’inizio del declino. È successo alla fine degli anni Cinquanta, quando i sovietici mandarono Gagarin nello spazio: Eisenhower si inventò la Nasa e Kennedy la corsa alla Luna. È risuccesso nel 1968, e poi nel 1974, e poi nel 1980. Ogni volta era l’inizio della fine, per l’impero americano.

Ora, è ovvio che un giorno l’America declinerà, perché naturalmente il declinismo, alla lunga, ha sempre ragione. Il punto è quando. Se guardiamo alla dinamiche di lungo periodo, diciamo 10 o 20 anni, scorgiamo la possibilità di un’America enormemente diversa da quella attuale. La possibilità, abbiamo detto. Ma questa possibilità, così come le possibilità alternative - tra cui quella del declino - è ciò che rende la storia, e at large gli affari delle nazioni e dei paesi, così interessanti: perché non c’è determinismo, non c’è inevitabilità nella storia. Se il declino arriverà, arriverà inaspettato.

Ecco perché creare un collegamento tra la presente crisi economica e il disimpegno internazionale americano (come se semplicemente si trattasse di un problema economico, non abbiamo i soldi per fare la guerra e allora facciamo la pace), o anche tra l’ascesa della Cina e il realismo minimalista di Obama (ok, game over, il nostro tempo è finito e allora facciamo i ‘piacioni’ perché non possiamo più battere il pugno sul tavolo), semplifica la vita ma non rende giustizia dell’intricato humus culturale della società americana.

Instaurare un rapporto di causa-effetto tra il presente stato degli affari americani e le sorti del paese nel lungo periodo equivale a raccontare una storia bella ma un po' fragile. Significa non tanto partecipare al dibattito corrente in America sulle ricette per rimettere in ordine i conti pubblici quanto a un altro dibattito, più propriamente europeo, quello del declinismo.

Davvero qualcuno pensa che il popolo americano non sarebbe disposto ai sacrifici economici necessari per parare qualsiasi minaccia politica, economica o militare, se si sentisse veramente in pericolo? Davvero qualcuno crede che l’enorme orgoglio che si nasconde nelle città cosmopolite delle coste o nelle tranquille sonnacchiose cittadine del Midwest non si sveglierebbe d’incanto se il popolo americano pensasse che il primato americano è veramente in discussione?

Davvero qualcuno immagina che il corpo elettorale americano non garantirebbe il suo immediato consenso a una presidenza che aggredisse non tanto la minaccia quanto l’aggressore, di qualunque natura fosse la minaccia? Il gigante semplicemente dorme. E fanno bene i cinesi a non svegliarlo.

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