Apertamente

di Francesco Cundari - Uno dei commenti a caldo più acuti fu quello di Bill Clinton, il quale disse che l'attacco alle Torri Gemelle metteva in luce il volto oscuro della globalizzazione». Da questo ricordo prende avvio la riflessione di Massimo D'Alema sul significato dell'11 settembre. L'attacco venne a spezzare l'incantesimo, la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive del mondo globale, l'idea che l'unificazione del mondo sotto il segno del capitalismo americano avrebbe portato a una generale pacificazione. Era l'idea, in fondo, di una grande unificazione culturale». Cosa cambia con l’attacco alle Torri?
«L’11 settembre ci mostra che in realtà non solo questo processo di occidentalizzazione del mondo non ha un effetto pacificatore, ma che al contrario, contro l’Occidente, una parte del mondo si arma, si mobilita. Contro l’occidentalite, come fu chiamata in un saggio: l’Occidente come malattia».

È questa «malattia» che resuscita dal passato lo spettro del fanatismo religioso?
«Sì, ma bisogna fare attenzione, perché il fondamentalismo è un fenomeno relativamente moderno, non è un residuo del passato. Quello che colpisce nell’11 settembre è proprio questo impasto di fanatismo religioso e di modernità : parliamo di giovani che spesso hanno studiato nelle università occidentali, usano i computer, pilotano aerei… gli attentatori dell’11 settembre non sono un gruppo di beduini arrivati sui cammelli».

Come giudica la reazione americana?
«Gli Stati Uniti reagiscono con il tentativo di imporre un ordine americano: alla stagione dell’ottimismo globale di Clinton, segue l’unilateralismo della guerra preventiva, il tentativo di imporre un ordine unipolare basato sull’hard power. Tentativo fallito. Obama, infatti, oggi deve prendere atto della crisi e cercare di rilanciare il ruolo politico del suo Paese come promotore di un nuovo ordine multipolare, ma vediamo quanto ciò sia complicato e quanto alto sia il rischio che l’esito sia puramente e semplicemente il disordine».

È giusto fare una distinzione così netta tra l’epoca di Clinton e quella di George W. Bush?
«È chiaro che gli Stati Uniti sono stati la potenza egemone prima e dopo, ma c’e una cesura. Clinton interpreta una fase di ottimismo in cui il primato americano accompagna un processo oggettivo, rappresentato da anni di crescita ininterrotta, senza inflazione, sostenuta dall’innovazione. Il primato americano nell’epoca di Clinton ha molto il segno di un’egemonia politico-culturale, è l’espressione di quello che Joseph Nye ha chiamato “soft power”. Accoglie positivamente il processo di unificazione dell’Europa, non la vuole dividere. Anche nella crisi dei Balcani, ricordo una difficile discussione a Washington, quando alcuni uomini di governo europei proponevano di invadere la Serbia e il Kosovo, mentre altri vi si opponevano. Clinton disse: “Faremo solo ciò che possiamo fare insieme, perché il presidente degli Stati Uniti non può prendersi la responsabilità di dividere l’Europa”».

Il suo successore, evidentemente, non la pensava allo stesso modo…
«Questa visione era contestata dai repubblicani anche prima. L’idea dell’uso della forza e della guerra preventiva erano già emerse. L’11 settembre crea però il contesto in cui questa strategia può dispiegarsi con tutto il suo potenziale».

Qual è l’impatto sull’Europa? «La spaccatura. Da un lato, l’asse franco-tedesco difende l’impostazione tradizionale della politica europea di un ordine fondato sul diritto internazionale. Dall’altro, un pezzo dell’Europa preferisce accodarsi agli Stati Uniti. Ma la divisione dell’Europa ne marca drammaticamente la debolezza. Infatti in Iraq non hanno avuto alcun peso né i contrari all’intervento né i favorevoli. E di questo sono stato in qualche modo testimone diretto».

A cosa si riferisce?
«Poco dopo l’ingresso degli americani andai a Baghdad con una delegazione dell’Internazionale socialista. Siccome noi non riconoscevamo la legittimità dell’intervento, la nostra sicurezza fu garantita da un gruppo di guerriglieri curdi. Peraltro, ricordo che la prima cosa che mi chiese il loro capo fu se venivo dal partito di Enrico Berlinguer, che conosceva, mi spiegò, perché quando erano ancora sulle montagne avevano studiato un suo discorso… Comunque sia, incontrammo molte personalità del nuovo Iraq, e anche un importante diplomatico britannico, che ci invitò a cena. E lì gli dicemmo che le decisioni del governatore americano ci sembravano azzardate, che sciogliere l’esercito e il partito Baath su cui si reggeva l’intera amministrazione, creando trecentomila disoccupati armati, era la via più sicura per la guerra civile. Lui ci rispose: “Avete ragione, ma sono animati da furore ideologico e noi non abbiamo nessuna possibilità di fermarli, né di influire sulle loro decisioni”».

Morale della favola?
«L’Europa divisa non ebbe alcun peso, neppure nel momento cruciale del dopoguerra, quando occorreva intelligenza politica per evitare la guerra civile in Iraq e una crescita del fondamentalismo in tutto il mondo arabo».

E oggi, qual è lo stato di questa Europa a guida conservatrice? «In Europa questa destra mostra una notevole capacità di fare leva sulle paure degli europei, unita a una scarsissima capacità di dare risposte. Il paradosso è che la destra ha acquisito una sorta di primato culturale e insieme un’estrema debolezza politica. Contrariamente al passato, quando era la sinistra a mantenere un primato culturale anche quando era politicamente più debole».

Cosa può fare per riconquistare quel primato?
«Io non penso che la sinistra europea tornerà mai più quella dei momenti alti del secolo socialdemocratico, perché ne sono venute meno le premesse, innanzi tutto sociali. Tuttavia, una nuova stagione progressista viene avanti, in forme nuove, magari culturalmente più confuse e molteplici. Resta il fatto che le prospettive di una vittoria progressista nei tre grandi Paesi europei, Germania, Francia e Italia, sono assai robuste».

Chiusa l’epoca del «compromesso socialdemocratico», quale può essere l’elemento unificante di questa nuova stagione?
«Io credo che dovrebbe essere un nuovo europeismo, un’idea nuova della missione dell’Europa nel mondo, dunque un salto di qualità nella costruzione dell’Europa politica. D’altronde, proprio in questa crisi abbiamo assistito alla scomparsa dell’Europa in quanto tale: la Commissione, i vertici politici dell’Europa, dove sono? Mai si era toccato un punto di così grave debolezza… siamo tornati all’Europa dei governi, in particolare dei principali governi, che è una visione antiquata e inadeguata».

E anche penalizzante per l’Italia…

«Certo in Italia abbiamo una ragione in più per chiedere un salto in avanti. In questa situazione, rischiamo di essere l’anello debole. E c’è anche il pericolo, paventato dal Wall Street Journal, che Berlusconi rappresenti non solo una grave disgrazia per gli italiani, ma anche per gli europei. Liberarci di questo governo non è più un problema solo nostro, è anche un atto di responsabilità nei confronti dell’Europa».

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