Apertamente

di ILVO DIAMANTI - La normalizzazione della Lega e del suo leader si è completata. E il declino del Pdl ha colpito anche il Carroccio. Per diverse ragioni, a partire dalla crisi economica. Eppure difficilmente Bossi potrà essere messo da parte. IL PASSAGGIO di Bossi in Cadore, per festeggiare il compleanno dell'amico Tremonti, insieme a Calderoli, è durato poco. Qualche giorno appena. Per l'incalzare della crisi, ma soprattutto, per paura dei fischi, delle proteste e dei contestatori. Così, niente interviste e niente conferenze stampa.

Una nemesi: il contestatore contestato. Il portavoce della Protesta protestato.
A casa propria (visto che il bellunese è culla del leghismo). Un tempo, invece,
Bossi era costantemente (in) seguito da una comunità di giornalisti
"specializzati". Soprattutto d'estate, in attesa di una provocazione quotidiana,
che desse un po' di colore politico a una stagione altrimenti incolore.

E Bossi non deludeva mai. Sparava (verbalmente) contro l'Italia, i "vescovoni" e
il Papa polacco. Contro Berlusconi, le destre e le sinistre - romane. Da qualche
anno, però, nessuna sorpresa e meno giornalisti, a Ponte di Legno come in
Cadore. La Lega non riserva più sorprese. Si è normalizzata. Tutti i politici,
d'altronde, si sono un po' "leghizzati". Le sparano grosse per ottenere spazio
sui media. Sul modello del Senatur nel comizio di ieri sera a Schio.

Poi, soprattutto, il declino del berlusconismo ha "colpito" anche la Lega. Che,
come il Pdl e Forza Italia, è un "partito personale". Quantomeno: altamente
"personalizzato". "Impersonato" dalla "persona" di Umberto Bossi, fin dai primi
anni Novanta. Quando il Senatùr, dopo aver riunito

le diverse leghe regionaliste intorno al nucleo lombardo e dopo aver "epurato"
tutti gli altri leader concorrenti, è divenuto il solo, indiscusso Capo della
Lega. Unico riferimento strategico e simbolico. Unica bandiera. Più della stessa
Padania (che egli, d'altronde, incarna).

Oggi, quella parabola pare essersi consumata. Nonostante che la Lega, negli
ultimi anni, abbia riconquistato il peso elettorale di un tempo. Nonostante che,
da dieci anni stia al governo, quasi ininterrottamente. E sia divenuta il
"partito forte" della maggioranza. Eppure, da qualche tempo, pare finita in un
cono d'ombra. Insieme al Capo. Per diverse ragioni.

a) La crisi di consenso della maggioranza, messa in luce dalle amministrative e
dal referendum degli scorsi mesi, alimentata dalla bufera dei mercati.

b) Le difficoltà provocate dalle manovre finanziarie del governo, ultima quella
discussa in queste settimane. Hanno alimentato l'insoddisfazione popolare, ma,
soprattutto, hanno costretto la Lega a giocare un ruolo sgradito e innaturale. A
indossare una sola maschera. Quella del "partito di governo". Che chiede
sacrifici. Impone tasse. Senza contropartite, perché parlare di federalismo
mentre si tagliano le risorse agli enti locali, anzi: mentre si tagliano
migliaia di enti locali, è quantomeno ardito.

c) E poi c'è il problema di Bossi, la Persona intorno a cui ruota il partito
Personale leghista. Non è più quello di un tempo. La malattia l'ha segnato
profondamente. Anche se i segni del male e della sofferenza, esibiti apertamente
e senza timidezza, hanno, per certi versi, rafforzato il carisma del Capo. Non
solo tra i suoi "fedeli". Oggi, però, la debolezza del corpo appare sempre più
un limite. All'esterno, perché Bossi insiste ad atteggiarsi come un tempo. Come
se nulla fosse cambiato. La stessa canotta d'antan. E poi gli sfottò, le
pernacchie, il dito levato. Come se fosse lo stesso degli anni Ottanta e
Novanta. Ma non lo è più. Così, però, rischia di apparire patetico. Il peggio
che possa capitare a un Barbaro orgoglioso come lui.

d) Inoltre, su di lui pesano i segni, più che i sospetti, dell'omologazione ai
vizi della politica politicante. L'impressione di essere sensibile ai (e
condizionato dai) consigli di un circolo esclusivo e ristretto di dirigenti (e
di parenti). Per non parlare del "familismo", visto che il suo portavoce pare
essere divenuto il figlio Renzo.

e) La sua debolezza "personale", però, sembra riflettersi anche all'interno del
partito. Attraversato da tensioni centrifughe. Fra territori e leader, che
corrono e si rincorrono, ciascuno per proprio conto. Talora, contro gli altri.
Mentre cresce l'insoddisfazione degli elettori e degli stessi militanti,
espressa in modo aperto all'adunata di Pontida dello scorso giugno.

Eppure è difficile, quasi impossibile, che Bossi possa venir messo da parte.
Nessuno ne ha la forza, nel partito. E se lo stesso Bossi decidesse di uscire di
scena, per propria decisione, difficilmente la Lega gli potrebbe sopravvivere,
così com'è ora. Perché l'unica bandiera, l'unico mito fondativo, l'unico legame
biografico: resta lui. Senza di lui, tutte le mille differenze locali e
personali che oggi, faticosamente, coabitano nella Lega, rischiano di esplodere.
Ostaggio di se stesso e del proprio passato, il Capo non è mai sembrato tanto
solo.

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