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DODICESIMA TAPPA di PAOLO RUMIZ - Da villa Landolfi, Paolo Rumiz, sente il richiamo del capoluogo abruzzese. Per la prima volta si reca nella città devastata dal sisma di due anni fa. "A far morire l'Aquila - racconta il cronista - non era stato tanto lo scossone del 2009 quanto la distruzione della memoria pastorale. Ed era tremendo constatare che la liquidazione delle vecchie pietre si era consumata proprio là dove queste sembravano aver celebrato la loro massima capacità di persistenza"
Fu davanti al cancello sbarrato di villa Landolfi, a Pico Farnese, che sentii il richiamo dell'Aquila. La casa degli spiriti, gli arcani manoscritti del poeta degli abbandoni, e quella luna ciociara color pergamena: tutto mi ordinava di andare alla città perduta. Erano due anni - dal giorno del terremoto - che ci giravo attorno senza passare la linea d'ombra e solo allora mi accorsi che quel gran viaggiare alle ricerca delle dimore del vento altro non era che un preludio dell'indicibile, nel cuore del Paese. Il centro dell'Aquila era il centro della storia, ma io non c'ero mai stato, né prima né dopo che la Terra aveva tuonato dal Profondo. Era tempo di strappare il sipario, ma ero intimidito da quel bastione dai lunghi inverni. Lo svelamento avvenne un mese dopo, verso il solstizio d'estate, e fu Bianca - un'amica della valle del Liri - a orchestrarmi un preludio memorabile alla città del silenzio, dove lei aveva lungamente abitato. Cominciò con l'abbazia di Casamari in bilico fra il gotico e l'oriente, segno di un misticismo già lontanissimo dalla Roma dei Papi. Proseguì col tuono della cascata e gli opifici scomparsi di Isola del Liri, e poi con la potenza quasi micenea delle mura dell'antica Arpino, ininterrottamente abitata da millenni. Tenevano duro le pietre da quelle parti, e le genti pure. Fino a cent'anni fa non se n'erano mai andate, non c'era terremoto al mondo che potesse convincerle all'esilio. Sora era stata distrutta tre volte: nel 1349, nel 1654 e nel 1915, ma era sempre stata rimessa in piedi nello stesso posto.

La sera a Balsorano, nella locanda "Al ponte" di Bianca, cenammo con degli aquilani e i loro amici del Liri. Sul bordo del fiume, in mezzo alle lucciole, evocammo antiche pietre parlanti non più ascoltate da nessuno. Chi sapeva più leggere le muraglie megalitiche di Civita d'Antino, sulla strada del Fucino? Nel secolo 21 tutto era cambiato, il taglio con la memoria era stato netto e ora la natura, che fosse erba, animali o rumori del vento, si riprendeva a velocità spaventosa la città sbarrata agli umani. "Il mio mondo è finito  -  disse Bianca  -  sto vivendo un addio anticipato a me stessa". Altri mi dissero che, come a Sarajevo nel dopoguerra, i cani erano diventati i custodi delle rovine. Ma, a differenza di Sarajevo, l'Aquila era ancora vuota perché gli abitanti erano stati esautorati dal compito della ricostruzione.

Il giorno dopo partimmo per le montagne. La mia guida evocò il profumo d'Abruzzo - albicocche, mentuccia, salame fatto in casa e pane dal forno a legna - e in un tripudio di ginestre mi scarrozzò fino alla chiesa di Santa Maria Assunta e l'oratorio di San Pellegrino a Bominaco, meraviglie italiche con vista sul Gran Sasso e iscrizioni due volte più antiche di San Pietro. Ad aprircela fu una signora di nome Tennina, chiamata al telefono dalla locanda di fronte, che dolcemente spiegò colonne tortili, draghi e grifoni alati, affreschi anteriori di mezzo secolo a Giotto e il bassorilievo di un abate terribile di nome Giovanni. Poi confermò: "Siamo in quattro, volontarie non pagate, a tenere questo luogo, ma a Bominaco non viene quasi più nessuno. Questi tesori si sono conservati perché da secoli c'è qualcuno qui che li custodisce. Ma oggi dove sono i giovani? Chi gliele fa più amare queste cose?".

Poco lontano, l'abbazia cistercense di Santa Maria di Casanova, che un tempo aveva possedimenti fino alle Tremiti, era stata ridotta a pezzi non dal terremoto ma da un quarantennio di incuria antecedente. A far morire l'Aquila, mi parve, non era stato tanto lo scossone del 2009 quanto la distruzione della memoria pastorale. Ed era tremendo constatare che la liquidazione delle vecchie pietre si era consumata proprio là dove queste sembravano aver celebrato la loro massima capacità di persistenza. Un sabotaggio voluto, una vendetta dettata dall'insofferenza per tutto ciò che permane. L'Aquila appariva metafora perfetta dell'Italia, se era vero che gli sciacalli che avevano ululato di piacere alla notizia del sisma e se era vero che il luogo della memoria era bandito e guardato a vista da uomini in divisa.

Planammo sul tratturo magno nella piana di Navelli, e là dove un secolo prima passavano pecore a milioni, ora transumavano stressati gli uomini, pendolari senza un centro, brandelli di un tessuto sociale disgregato, nuovi ebrei in fuga, lontano da dove chissà. Già quindici chilometri prima, tutto indicava l'esistenza di un vuoto. "Siamo spaccati in due tra chi vuole andarsene e chi si ostina a restare" mi aveva detto a Balsorano Paolo Rosati, esule della città vecchia. "Ci mancano tutti i punti d'incontro  -  aveva spiegato  -  e ormai comunichiamo solo via facebook o ritrovandoci  al supermarket. Questo fa crescere un disagio impalpabile, impossibile a descrivere. Se tu mi chiedi dove abito, non so rispondere". Ero ormai alle porte dell'Aquila e intorno la natura trionfava, indifferente. Vidi un cane nero spelacchiato seguire una pattuglia di alpini sotto un sole tiepido raro nei cieli d'Abruzzo.

In un bar poco fuori dalla zona rossa ci ritrovammo accanto al tavolo di due signori maturi, intenti a contare animatamente chissà che cosa con le dita di una mano. Allungai l'orecchio e capii che numeravano le sillabe di un verso, e siccome da qualche tempo facevo la stessa cosa con i miei endecasillabi, non seppi resistere e mi sedetti con loro. Erano poeti dilettanti, si chiamavano Camillo Berardi e Augusto Barsotti ed erano entrambi esuli nella loro città. Il primo aveva composto un commovente inno alla ricostruzione che iniziava con "Me tengo a recordà che scì renata" e sospirò: "Il dolore fa scrivere meglio". L'esigenza immateriale del poetare e del ricordare si mostrò subito più importante del cibo, per gli esuli. Nel crollo Berardi aveva perso tutto, e volle subito invitarmi a vedere la sua casa dentro la zona rossa. L'elmetto ce l'avevo, e andai, sperando di non incontrare pattuglie di guardia.

Mi bastò un'occhiata per capire. L'abitazione era implosa all'interno, restando quasi intatta di fuori. Dal basso, tra i ponteggi, vidi uno scenario da sommozzatore. La casa era un transatlantico inclinato sul fondale. Tra l'ingresso e le soffitte al terzo piano, in mezzo a travature franate diagonalmente, c'erano armadi sospesi, una toilette aggrappata a una putrella sbilenca e una pioggia di oggetti a mezz'aria: orsacchiotti, biancheria intima, un comodino con abat-jour, ciabatte, libri, una specchiera e uno scolapasta. Dal basso vidi un grande coccodrillo in maiolica, perfettamente intatto, a guardia del secondo piano. Ma la cosa più impressionante era il pianoforte di Berardi in bilico al primo piano. Enorme e nero, di marca "Hoof Berlin". Mi arrampicai per sentirne il suono, provai i tasti, ma la polvere l'aveva soffocato. Solo un "La" debolissimo era sopravvissuto, e la nota parve l'ultimo canto della casa perduta.

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