Apertamente

di Claudio Sardo - La goffa marcia indietro del governo Berlusconi, che sotto la pressione dell'Europa e dei mercati ha deciso di anticipare al biennio 2012-2013 la manovra di 24 miliardi prevista dalla delega assistenziale e fiscale, purtroppo non sarà sufficiente a mettere l'Italia in sicurezza. Sia chiaro, nessuna persona responsabile può, in un momento così drammatico, giocare contro il Paese indulgendo al tanto peggio tanto meglio. Ma proprio per questo è ancor più doveroso rilevare che l'auto-smentita di Berlusconi - il quale mercoledì in Parlamento aveva confermato il pareggio di bilancio nel 2014 e poi giovedì aveva prospettato un rinvio per ferie fino a settembre - non ha nulla a che vedere con la discontinuità invocata dalle parti sociali. Si tratta, ahinoi, di un annuncio dettato da uno stato di necessità ma ancora vuoto di contenuti, di parole avulse da una definita strategia politica (come dimostrano i riferimenti alle modifiche costituzionali, a partire dalla grottesca ipotesi di riforma dell’art. 41), di un riflesso difensivo che, come tale, è destinato ad accrescere il deficit di credibilità interna ed esterna dell’esecutivo.
Berlusconi avrebbe potuto dimettersi e dare un segno di novità politica, aprendo la strada a elezioni o a un nuovo governo, sfidando le maggiori forze ad una assunzione di responsabilità nazionale. Non l’ha fatto. Non era probabile che lo facesse. Ma nel suo arroccamento c’è un rischio oggettivo per il Paese: perché se è vero che la crisi finanziaria ha un carattere globale, è innegabile che l’Italia sia uno dei fronti più esposti, anzi una delle leve maggiori dell’attacco contro l’euro. E l’autosufficienza politica di Pdl e Lega è stata già travolta dai fatti, dalle rotture interne, dalla duplice sconfitta alle amministrative e nei referendum, dalla lunga paralisi di governo che ha aggravato i ritardi nelle riforme, nella crescita, nel recupero di produttività del sistema. Ora è a dir poco velleitario che Berlusconi possa risalire la china, quando è al punto più basso di credibilità in Europa, quando i rapporti con il ministro dell’Economia sono gelidi, quando la sua maggioranza (frutto di un ribaltone) mostra ogni giorno nuove crepe e contraddizioni.
Avrebbe potuto Berlusconi, pur volendosi blindare nella trincea del centrodestra, offrire almeno un segno di “discontinuità ” sul terreno sociale. Ma non ha fatto neppure questo, benché sindacati e associazioni si siano presentati davanti a lui in una formazione mai così ampia e con un documento di rara forza politica. Non ha detto neanche che d’ora in poi smetterà di inseguire, come ha fatto in passato, la divisione sindacale e la negazione ideologica della concertazione. Piuttosto ha impacchettato la sola dichiarazione pretesa dalla Bce (l’anticipo del pareggio di bilancio al 2013) con gli annunci delle due modifiche costituzionali e del nuovo Statuto dei lavori, che hanno lo scopo prevalente di creare fratture tra i corpi intermedi e nelle opposizioni politiche. Tutto questo però è evidentemente al di sotto della linea minima di galleggiamento per un governo così disastrato e ormai da tempo senza una missione.

La risultante di queste scelte tattiche rischia di scaricarsi in modo intollerabile sui più deboli, sulle famiglie, sui ceti medi. Per rendere equo, e dunque accettabile, l’anticipo di una manovra tanto pesante, sarebbero necessarie una condivisione ampia e una correzione profonda. Per Berlusconi e Tremonti, invece, l’anticipo della manovra esclude cambiamenti strutturali. Ma come è possibile immaginare che si recuperino una ventina di miliardi dalla previdenza e dall’assistenza? E, se la sola alternativa sta nel taglio lineare delle agevolazioni e delle detrazioni per le famiglie, per i lavoratori dipendenti e per i pensionati, come sfuggire alla prospettiva di una “macelleria sociale”? Cosa resterebbe per la crescita se non inutili parole? La strada della frattura sociale, oggi ancor più di ieri, è quella che conduce l’Italia al declino. La crescita ha bisogno di maggiore uguaglianza e di maggiore coesione. Certo, ha bisogno anche di liberalizzazioni, di una sforbiciata autentica e coraggiosa in quella giungla di società miste che sono il rifugio vero del ceto politico più improduttivo, di una battaglia contro le corporazioni. Ma ci vuole un altro clima, un’altra guida, una diversa cultura per chiamare l’Italia e le sue forze migliori al lavoro della ricostruzione.

Questa non è solo la crisi di Berlusconi, ma di un sistema politico che in Italia ha puntato tutto sulle leadership personali, sulla distruzione dei partiti e sull’indebolimento delle autonomie sociali. Non è solo la crisi dell’Europa, e dell’Italia in Europa, ma anche la sconfitta di un’ideologia che ha cercato di marginalizzare la politica e di negare dignità al pubblico, come se il mercato e la finanza potessero regolare meglio la libertà degli uomini e la loro felicità . Per reagire, per evitare che venga colpita la nostra stessa idea di democrazia, è necessaria una grande battaglia culturale e morale. Non è tempo di risposte contingenti. Il centrosinistra italiano, in tutta evidenza, non avrebbe alcun vantaggio tattico a partecipare o sostenere un governo di salute pubblica. Ma ha fatto bene chi, in questi giorni di attacco contro l’euro e contro i titoli di Stato italiani, ha offerto la propria disponibilità a un’impresa di salvezza nazionale. Questa disponibilità non può venir meno, solo perché Berlusconi ha deciso di arroccarsi. Perché è in gioco un bene superiore. E chi vuole costruire l’alternativa di domani deve dimostrare fin d’ora la propria serietà e affidabilità .

Su un punto però il cambiamento non può attendere. Non è giusto, e non conviene all’Italia, che a pagare la crisi siano sempre i soliti. Stavolta, rispetto agli anni ’90, deve esserci uno spostamento dei carichi del risanamento. Il lavoro deve pagare meno della rendita. I poveri meno dei grandi patrimoni. Non c’è governo di salvezza nazionale che possa nascere fuori da questo recinto. E se Berlusconi dovesse procedere sulla vecchia strada da solo, è vitale per il Paese che ci sia una reazione sociale.

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