Apertamente

Da tutto ciò che accade emerge l'estrema debolezza della politica. Stiamo attenti, quel che ormai si intravede dietro le ondate speculative e dietro la sconfitta di Obama è il vuoto pauroso della politica anche a livello mondiale; il che spiega questo misto di angoscia e di impotenza, questo timore di una possibile catastrofe che domina gli animi. E' la democrazia parlamentare che viene in discussione.  Spero di non sbagliare, ma c'è sul tappeto un qualcosa di più ampio e più complesso della «questione morale», compreso il cinismo dell'attacco contro il Pd, con tutto lo strumentalismo e il non vero che sappiamo. Detto questo, il Pd (dopo tutto il solo che osa chiamarsi partito) ha il dovere di misurarsi con questa grande sfida, se vuole dare corpo alla sua missione di partito della nazione. E' vero che siamo già diventati una grande forza senza la quale non sono possibili schieramenti e alternative democratiche. Ma le sfide reali da affrontare sono molto grandi. Bersani ha ragione quando solleva come discrimine essenziale per il suo partito la «diversità » politica piuttosto che quella morale. Questa dopo tutto per noi è chiara: i cittadini, compresi i politici, sono tutti uguali di fronte alla legge, e chi sbaglia paga. Ma il punto non è solo questo. Se guardo a ciò che sta accadendo io mi pongo anche un'altra domanda: è abbastanza chiara la nostra «diversità » politica? E rispetto a che cosa?

La questione va ben oltre la sorte di Berlusconi. Riguarda, appunto, il vuoto pauroso di politica che si è creato anche a livello mondiale (basti pensare ai rischi di catastrofi per l'ecosistema). Riguarda l'enormità del potere che si è concentrato nelle mani di una ristretta oligarchia del tutto esonerata da ogni responsabilità politica e morale. Chi comanda? Stiamo attenti, perché il problema che sta ormai venendo in discussione è se globalizzazione economica, democrazia politica e diritti delle persone siano conciliabili tra loro. È evidente che a fronte dello sfascio di ogni statualità e di ogni dignità internazionale del Paese non si potrà guidare l’ltalia senza mettere in campo un nuovo progetto nazionale. Occorrerà una politica, una grande politica, quindi una nuova idea di società .

Il tema vero è come un partito nuovo che si chiama democratico si ricolloca oggi al centro dello scontro che sta ridefinendo destra e sinistra, progresso e reazione, in Italia e sul piano europeo e mondiale. Il fatto a cui noi stiamo assistendo è una sorta di fallimento delle attuali classi dirigenti, una schiera di capi politici che in Europa come in America «appaiono incapaci di gestire gli immensi debiti accumulati e brancolano come ubriachi sul ciglio dell'insolvenza» (è il giudizio del Financial Times). Ma io non credo che si tratti solo della pochezza degli uomini. Si sta sfarinando la concreta architettura con cui è stato finora guidato il processo della globalizzazione.

Non pretendo di ridurre in poche righe una questione così complessa. Mi limito a qualche accenno per capire cosa è successo. Nella sostanza il mondo comincia solo ora a misurare il costo enorme e il carattere catastrofico della decisione presa dalla destra angloamericana negli anni ‘70, cioè quella di consentire ai capitali di circolare interamente senza alcun condizionamento politico e sociale, e obbedendo solo alle logiche del mercato finanziario. È avvenuta così una trasformazione genetica della finanza: da infrastruttura funzionale all'economia reale a industria in sé. Questa è stata la vera novità : il denaro fatto sempre più con il denaro. La sovranità , cioè quel potere dei poteri per cui spettava solo agli Stati battere moneta, è passata in larga parte nelle mani di una oligarchia privata. Conseguenza: un'alluvione di titoli e strumenti finanziari fasulli dietro i quali non c'è niente. E quindi debiti, e quindi rendite che gravano sul lavoro e sulla ricchezza reale, e quindi sempre più consumi privati al posto dei beni pubblici. E quindi i ricchi che diventano più ricchi e i poveri che devono rinunciare alla protezione sociale.

Si è consumata così anche l'egemonia americana. Obama tre anni fa ha salvato le grandi banche con un mare di denaro pubblico. Adesso, per evitare il crack del bilancio, ha chiesto ai ricchi un po' di tasse per salvare qualcosa della spesa sociale. Gli hanno risposto di no. L'America sembra meno in grado di svolgere quindi quel ruolo di stabilizzatore dell'economia mondiale che aveva svolto finora. Quanto all'Italia, siamo intrappolati in un circuito perverso. Gli interessi che dobbiamo pagare per sostenere il debito pubblico si mangiano quel poco che resta della nostra crescita. Dobbiamo quindi crescere di più. Ma per farlo dovremmo investire su scuola, ricerca, servizi, capitale umano. Ma per queste cose mancano i soldi.

Sono questi i grandi problemi che interrogano una forza riformista e di governo. Tutto è molto difficile ed è anche molto più grande di noi. Lo so. Ma io credo che le cose stesse a cui ho accennato ci dicano che è giunta l'ora di un salto di qualità nello sforzo già in atto di organizzare un nuovo soggetto politico come strumento di una nuova alleanza tra le forze più creative del lavoro, dell'intelligenza e dell'impresa, e cioè delle forze che pagano il prezzo di tutto ciò.

È pensando a se stesso in questo passaggio cruciale al quale ho solo accennato che il Pd può acquisire una più alta coscienza di sé e del suo ruolo storico. È la grande politica che deve riprendere il comando. È il coraggio dell'innovazione che bisogna mettere in campo: qualcosa di analogo a ciò che fecero Roosevelt e alcune socialdemocrazie europee nell'altra grande crisi, quella degli anni ‘30. Noi non dobbiamo cercare il potere per il potere, dobbiamo riformare la società per dare potere alla nuova umanità che si sta formando e che deve tornare a impadronirsi della propria vita.

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