Apertamente

di Enrico Beltramini - RUBRICA UNITED STATES INSIDER. La mancata crescita è all’origine dell’aspro confronto tra democratici e repubblicani. In realtà, non esistono ricette magiche per l’economia e, se esistono, non sono nella disponibilità della politica. L’esaurimento delle terapie consuete. SAN FRANCISCO - Ovviamente, i bilanci sono questione di entrate e uscite. È logico, allora, che lo scontro a Washington si concentri su spese e prelievo fiscale. Ma il convitato di pietra non è né il welfare State, o quello che ne rimane, né lo stimolo fiscale: è la crescita. La crescita economica non c’è, non si presenta all’appuntamento. E questo scompagina i piani. I piani della rielezione di Obama. I piani per il riassorbimento della disoccupazione. Soprattutto, i piani di uscita dalla recessione. La crescita latita perché non è sostenuta da un aumento della domanda, che infatti non c’è, e neppure da un aumento delle esportazioni, che di regola dovrebbe invece materializzarsi, con il dollaro ‘basso’. Anche le esportazioni languono, colpa della Cina che mantiene la sua moneta ‘debole’ per favorire le sue di esportazioni. Con l’economia a livelli di crescita ‘italiani’, alla politica non resta che riprovare le due terapie ampiamente testate nell’ultimo mezzo secolo: il rilancio dell’economia grazie all’intervento dello Stato o grazie all’imprenditorialità dei privati.

Il problema è che entrambe le terapie si sono dimostrate inefficaci, ultimamente. Se lo stimolo fiscale di Bush avesse funzionato, non saremmo oggi davanti al peggior bilancio federale di sempre. Se l’intervento del governo nel biennio 2008-9 avesse funzionato, non ci troveremmo ancora qui a parlare della peggiore recessione dai tempi di Roosevelt. Colpite nella credibilità, ‘intervento pubblico in economia’ e ‘libero mercato’ diventano espressioni vuote di contenuti e di sostanza, etichette di riferimento.

Si sta esaurendo l’ideologia - chiamiamola così - del capitalismo. Soltanto mezzo secolo fa, l’economia americana produceva il 57% dell’acciaio, il 62% del petrolio e l’80% delle automobili. Soltanto dieci anni fa, il bilancio federale era in attivo. Oggi però l’economia sembra dotata di vita propria, insensibile a stimoli o impulsi della politica. La verità è che l’uscita dalla crisi non sembra essere nella disponibilità della politica.

Tuttavia la politica non può dire la verità, e cioè che essa è impotente, e che da questa recessione nessuno sa come uscire. L’opinione pubblica, anch’essa scoraggiata dal procedere delle cattive notizie, vuole certezze, e chiede alla politica di assumersi quelle responsabilità che ha sempre - probabilmente erroneamente - avocato. La recessione, o meglio, l’austerità degli ultimi tre anni è stata accolta con rassegnazione dalla popolazione statunitense, nella presunzione che si trattasse di una condizione momentanea, di una crisi congiunturale. Ora, la mancata ripresa esprime un altro tipo di sentimento: ansia, nervosismo, instabilità sociale.

L’immaginazione sociale americana semplicemente non riesce a generare l’idea di una lunga, paziente, sofferta fase di ricostruzione dei fondamentali; non riesce a concepire la propria esistenza come limitata, costretta nei vincoli di una prolungata metamorfosi. È come se la mancata uscita dalla recessione, la progressiva presa di coscienza che la crisi è strutturale ed è qui per rimanere, piuttosto che cementare gli animi e costruire solidarietà, stesse lacerando il paese. Qui è dove forse i repubblicani stanno vincendo la loro battaglia, e dove Obama sta perdendo. Il paese non esprime concordia; al contrario, cova rabbia, rassegnazione e rancore. L’America reagisce male all’ipotesi di una recessione che non passa. e non è soltanto il Tea Party.

L’impazienza sta contagiando la classe media. La politica deve offrire risposte: gli americani le chiedono di ‘fare qualcosa’; e siccome non c’è molto che essa possa fare, la scelta a Washington è piuttosto quella di affermare il contrario - cioè che la politica può tutto. Meglio, potrebbe tutto, se gli avversari politici lo concedessero.

La soluzione sarebbe a portata di mano, se soltanto i nemici la smettessero di mettersi di mezzo. Così, lo stallo a Washington è allo stesso tempo uno scontro politico, un esaurimento di idee, e un ottima scusa per non dire la verità.

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