Apertamente

di Cecilia Tosi - RUBRICA PUZZLE EUROPA . Dalla Croazia alla Grecia, i governi del continente fanno appello a Bruxelles per uscire dalla crisi. Ma la popolazione rema contro.Sarà il 28esimo membro dell’Europa unita, se gli altri 27 non se ne andranno prima. Nel luglio del 2013 la Croazia entrerà nell'Ue, secondo paese della ex Jugoslavia a raggiungere questo traguardo. Certo, non è ancora detta l’ultima parola, e in questi due anni Zagabria dovrà dimostrare di sapersi adeguare in tutto e per tutto agli standard richiesti dagli euroburocrati, ma Bruxelles ha ufficialmente riconosciuto l’efficacia delle riforme adottate fino ad ora e ha chiuso gli ultimi quattro capitoli del negoziato di adesione. Barroso ha ringraziato il governo croato per il duro lavoro e per la buona performance. Tali complimenti la maggioranza di centrodestra spera di capitalizzarli alle urne, anche se contrastare il crollo di consensi dovuto alla crisi finanziaria non sarà facile. Inoltre alle prossime elezioni, previste entro il 2011, i socialdemocratici sono dati per favoriti. Comunque vada, entrambi gli schieramenti tifano per l’entrata in Europa.

Se il parlamento è unito nel sostenere un’integrazione che appare indispensabile per dare solidità finanziaria al paese, la popolazione è invece spaccata in due: da una parte quelli che confidano nell'Ue per raggiungere una maggiore prosperità economica, dall’altra coloro che temono di essere trattati da cittadini di seconda classe, di dover subire un peggioramento della qualità della vita per i diktat di Bruxelles. Due anime che saranno presto chiamate a pesarsi, visto che l’entrata nell'Unione è sottoposta per legge a un referendum. Per ora favorevoli e contrari sono dati quasi in parità, anche se con un leggero vantaggio dei primi.

Il governo conta di convincere la popolazione con una campagna europeista che lancerà a inizio autunno, ma per stare più tranquillo firmerà il trattato di adesione prima del referendum. Un’agenda che potrebbe infastidire gli elettori e – chissà – spingere qualcuno a “indignarsi” sul modello spagnolo. Ma quando arriverà quel momento, i politici avranno già conquistato la loro poltrona, almeno se seguiranno le indicazioni del presidente Josipovic: indire elezioni legislative prima della consultazione sull'Ue.

Un suggerimento, assicura il presidente, dettato dal buon senso: il referendum non deve interferire con la campagna elettorale, l’entrata in Europa non dev’essere una battaglia di parte. Meglio mantenere invariati gli equilibri politici - che favoriscono la coalizione di centrosinistra, Alleanza per il cambiamento, contro il partito di governo, l’Hdz, che paga la sua incapacità di contrastare due anni di recessione.

Adesso, secondo Josipovic, «si apre una nuova pagina» per la storia croata e tutti devono contribuire a scriverla, compresi gli xenofobi che hanno trasformato la recente Gay parade di Spalato in una giornata di scontri, suscitando l’ira dei parlamentari olandesi presenti. Ma Zagabria dimostrerà di saper tenere sotto controllo gli estremisti, sostengono in coro destra e sinistra.

Tanta fiducia nell'Ue sarà pure ben riposta, ma i greci sono d’altro avviso. Dopo un anno di austerità prescritta da Bruxelles, Atene è punto a capo. Anzi, è messa peggio. Il 13 giugno l’agenzia di rating Standard and Poor (un vero tribunale internazionale, altro che quello dell’Aja) ha emesso il suo verdetto: la Grecia non è affidabile sul mercato finanziario e merita di essere declassata da B a CCC.

Il giorno dopo ad Atene era già previsto uno sciopero generale e, come era largamente prevedibile, la manifestazione è degenerata in guerriglia urbana. Piazza Sintagma si è trasformata in una piccola piazza Tahrir. A presidiarla con tende e picchetti non ci sono solo gli anarchici: da qualche settimana sono arrivati gli artigiani dalle periferie e i contadini dalle campagne, anche quelli che per un anno avevano concesso il beneficio del dubbio al premier socialista Papandreu e speravano che il 2011 sarebbe stato migliore del 2010.

Invece la loro condizione è peggiorata. C’è chi ha perso il lavoro e chi i clienti, ma quasi tutti dicono di non avere «più i soldi per vivere dignitosamente». Oggi protestano contro l’inutile austerità imposta da Fmi e Ue, ma il governo resiste, sa che solo rispettando le prescrizioni della Bce arriveranno gli aiuti economici. Papandreu la sera del 14 giugno non ha capitolato: ha accettato le dimissioni dei suoi ministri per poi procedere con un rimpasto che non fa contento nessuno, ma che era l’unica opzione sul tavolo.

Oltre alle defezioni nel suo campo, infatti, il premier ha dovuto incassare il rifiuto dell’opposizione a partecipare a un governo di unità nazionale. Il leader del centrodestra Antonio Samaras preferisce evidentemente avvantaggiarsi della crisi per trarne consenso elettorale a settembre, quando i greci dovranno rinnovare il parlamento. Eppure nessuno dei due maggiori partiti sembra in grado di conquistare la maggioranza.

A crescere, nell’ultimo biennio, sono state formazioni minori come i comunisti e i nazionalisti. Partiti anti-sistema che non vedono l’Europa di buon occhio e danno voce ai tanti cittadini che, con un piano di austerità fallito alle spalle, non credono in un secondo round.

Un’Europa schizofrenica si accinge dunque ad allargarsi a Zagabria mentre si spacca ad Atene. Se la Grecia fa bancarotta, scatterà l’effetto domino. Il debito pubblico dei Pigs potrebbe salire alle stelle, causando nuovi default e, in ultima istanza, il collasso della stessa Unione. Sulla barca che affonda, i funzionari della Ue ballano, festeggiando l’arrivo di un nuovo compagno di sventure.


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