Apertamente

di TITO FAVARETTO - Mentre nell'Unione Europea (UE) la crisi dei debiti sovrani e dell'euro si sta complicando, aumentano le divisioni e le rivalità tra gli stati rispetto ai problemi internazionali e i partiti euroscettici avanzano, anche le aree per le quali esiste una prospettiva di adesione all'UE, come i Balcani occidentali, cominciano a manifestare segni di malessere. La situazione economica, deteriorata a causa della crisi, evidenzia quasi ovunque una forte disoccupazione e tassi di sviluppo attuali e prevedibili troppo bassi per sperare di ridurla in tempi accettabili, mentre l'afflusso di investimenti diretti esteri è ancora troppo limitato. Sul piano politico i governi di paesi importanti dell'area, quali la Croazia e la Serbia, sono vicini alla scadenza elettorale e vivono una fase di incertezza per l'aumentato consenso delle opposizioni.

I processi di riforme e l'adeguamento della legislazione nei settori giudiziario e della pubblica amministrazione, concordati con l'UE, avanzano con grande lentezza, mentre sempre più diffuso è il fenomeno della corruzione. Ma il malessere più evidente riguarda il problema delle tensioni etniche che riaffiorano periodicamente all'interno dei differenti paesi e si riflettono spesso sui loro rapporti. Alcune situazioni possono risultare più circoscritte e, forse, esaurirsi nel tempo: le contrapposte commemorazioni in Serbia e Croazia delle guerre del 1991 e del 1995; la condanna da parte del tribunale dell'Aia del generale Gotovina, considerato dai croati un eroe della "guerra patriottica" e la mancata estradizione allo stesso tribunale del generale Mladic, accusato del massacro di Sebrenica; la contestazione di modalità e criteri adottati per il censimento che si svolgerà in tutta l'area, da cui dovrebbero emergere anche i mutamenti etnici derivati dalla guerra. In altri casi, invece, si tratta di tensioni e conflitti ormai radicati e di incerta soluzione. Tra i più evidenti si può ricordare quello riguardante il Sandjak. In quest'area della Serbia, ai confini tra il Montenegro, il Kosovo e le Bosnia-Erzegovina, la maggioranza di bosniaci musulmani porta avanti da anni richieste per una più adeguata presenza in enti e istituzioni. Negli ultimi tempi, però, tra tensioni crescenti (aggravate da conflitti interreligiosi), l'obiettivo perseguito è ormai quello di ottenere uno statuto di autonomia, per ora non previsto e contrastato dallo Stato. Un altro caso è quello dell'area posta a nord del fiume Ibar, in Kosovo, abitata prevalentemente da Serbi. Questa comunità, che ha organizzato alcune strutture parallele di gestione, non intende riconosce l'autorità del governo kosovaro. Ne è derivata una situazione a volte molto conflittuale e anche la missione dell'UE (EULEX) non è finora riuscita a determinare una normalizzazione. Su pressione dell'UE un dialogo è iniziato tra Belgrado e Pristina ma la contestazione dell'indipendenza del Kosovo da parte della Serbia rende il rapporto difficile. Sembra perdere forza il progetto della concessione di uno statuto speciale di autonomia all'area del nord; riemergono ipotesi di possibili spartizioni territoriali.

È la Bosnia-Erzegovina, tuttavia, il paese da cui provengono i maggiori segnali di crisi. Lo Stato è costituito, sulla base dell'accordo di Dayton (1995), da due entità (Repubblica serba (RS) e Federazione croato-musulmana), con ampie competenze. Vi è inoltre la presenza di un Alto Rappresentante Internazionale(AR), dotato di importanti poteri tra i quali quello di annullare leggi, sentenze e dimettere eletti che ostacolassero, a suo giudizio, gli accordi di Dayton. Nel tempo la politica degli AR è stata quella di tentare di "attenuare" le competenze delle entità rafforzando i poteri di Sarajevo. In un paese dominato da partiti etnici sempre riconfermati nelle successive elezioni, le resistenze, soprattutto da parte della RS sono state molto forti. La Bosnia-Erzegovina è da sette mesi senza governo. La diffidenza e la contrapposizione tra le tre nazioni è crescente. I rappresentanti dei maggiori partiti croati hanno convocato un' "Assemblea nazionale croata" per riaffermare la completa uguaglianza tra le tre nazioni e proteggere i croati dal governo centrale. La RS ha indetto un referendum contro le decisioni imposte dall'AR concernenti la legge sulla corte e la procura della Bosnia-Erzegovina insediati a Sarajevo. L'AR Valentin Inzko, ha imposto alla RS di ritirare la decisione sul referendum, ritenuto contrario all'accordo di Dayton, minacciando sanzioni contro il suo presidente Milorad Dodik. Immediata la risposta: se il referendum sarà annullato, la RS ritirerà tutti i sui rappresentanti dalle istituzioni centrali. Al di là del merito e degli esiti della questione, la situazione della Bosnia -Erzegovina sta evolvendo verso una coincidenza di interessi di Croati e Serbi contro una centralizzazione identificata come maggior potere dato alla parte bosniaco- musulmana. Sotto questo profilo, nonostante le non poche responsabilità dei partiti etnici nel mancato sviluppo del paese, l'azione dell'AR ha complicato le cose delegittimando spesso le istituzioni e rafforzando, paradossalmente, la percezione di un protettorato che lede i principi democratici. La situazione ha riaperto un nuovo confronto internazionale nei Balcani. La Serbia ha preso posizione contro eventuali sanzioni alla RS obiettando che il referendum non attenta all'integrità della Bosnia- Erzegovina. La Russia, la cui presenza e i cui interessi sono molto aumentati nei Balcani, ha assunto la stessa posizione e così anche la Cina. Persino gli USA, pragmaticamente, stanno invitando alla moderazione.

E anche la Turchia, impegnata in un'azione di appoggio/mediazione nella vicenda del Sandjak, sta aumentando la sua attenzione sulla regione. In questa situazione l'UE cerca di mediare proponendo a Dodik di sospendere per ora il referendum in cambio di una revisione della legge in questione. Ma la immagine dell'UE nell'area risulta appannata e la sua capacità di attrazione diminuita (i sondaggi d'opinione sia in Croazia che in Serbia dimostrano una preoccupante flessione dei favorevoli all'adesione). È soprattutto il suo approccio ai problemi che sembra poco flessibile rispetto alle diverse realtà. Le tensioni e le diffidenze tra le etnie e il loro bisogno di sicurezza, che si esprime attraverso una domanda di maggiore autonomia, sono fenomeni che rappresentano una fase storica dei popoli in questa regione e che stanno riemergendo, peraltro, anche in aree più sviluppate. Finché la fase di difesa dell'identità non si sarà consolidata sarà difficile pervenire alla fase di apertura agli altri, necessaria per diminuire lo spazio della rappresentanza etnica e allargare quello di un'auspicabile rappresentanza della cittadinanza.

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