Apertamente

Pubblichiamo un brano della nuova introduzione scritta dal giornalista e scrittore Paolo Rumiz in occasione della ristampa del suo libro "Maschere per un massacro" (Feltrinelli). di PAOLO RUMIZ Afan, il pittore sarajevese un po' fuori di testa che nella mia ballata bosniaca "La cotogna di Istanbul" divide a guerra finita con Max Altenberg rakija e pensieri, nomina con amarezza e disincanto «quella parola pomposa, 'Europa'/ che gli era diventata insopportabile,/ l'Occidente, che invece di capire/ l'imbroglio nascosto dietro la guerra/ a vista d'occhio si balcanizzava». E il narratore, usando parole simili, ci introduce fin dal prologo in «una cosa che noi chiamammo guerra/ e invece fu, ve lo posso garantire/ io che l'ho vista da molto vicino,/ solamente un imbroglio sanguinoso». Sono passati vent'anni da quell'inizio (sono del maggio 1991 i primi ammazzamenti attorno a Vukovar sul Danubio) e ancora non trovo una parola migliore di "imbroglio".

Perché tale fu quel massacro costruito in laboratorio e sdoganato ai fessi come conflitto di civiltà, scontro tribale o generica barbarie. In questo depistaggio l'Europa è caduta in pieno, per inerzia, interesse o complicità, e questo ci espone tutti al rischio di essere balcanizzati senza aver approntato contromisure al diffondersi del contagio. È un'impreveggenza che nasce dal fatto di crederci immuni da una cosa che, sbagliando, presumiamo essere solo "balcanica", e di conseguenza irripetibile in Europa. "Maschere per un massacro", scritto a guerra ancora in corso, poco prima che l'eccidio di Srebrenica si svelasse, non è la fotografia di un evento concluso. Anche per questo, credo, la sua riedizione mi è stata chiesta per anni da lettori di ogni parte d'Italia. Il libro narra un viaggio doloroso, affascinante e pieno di inganni, verso la rumorosa caduta del sipario che nasconde gli eventi. Un mascheramento peraltro goffo, perché rispetto al disastro afghano e dell'Iraq, coperti da una cortina fumogena ben più tossica di disinformazione, l'imbroglio bosniaco era ancora ben leggibile. Non ci voleva un grande sforzo a capire, bastava porsi con più insistenza le domande base del mestiere: come, dove, quando e perché. E soprattutto: a chi giova. Da allora ho chiuso con quella terra di fiumi e montagne. L'ho fatto non certo per dimenticare, ma per il dovere morale e politico di applicare altrove la lezione. Non sono più tornato in Bosnia, anche per non rischiare dipendenza da quel mondo che mi aveva preso l'anima, quello che prima Ivo Andric e poi Claudio Magris mi avevano insegnato ad amare. Ma la distanza dai luoghi ha creato qualcosa che non prevedevo: il mito. E il mito ha generato un libro in versi che rileggesse epicamente gli eventi. C'era nostalgia, non della guerra, ma della bella umanità che la guerra aveva svelato .

È stato duro riprendere in mano "Maschere per un massacro". La lettura mi ha obbligato a uscire da questa dimensione mitologica e a risalire il fiume degli eventi fino alla sorgente, talvolta con grande fatica. E lì ho visto zampillare immagini fresche, cariche di forza, tali da darmi un'altra conferma che poco da allora era stato compreso o risolto. Oggi posso dire che la polveriera è ancora lì inalterata, col suo grumo di rancori, falsi profeti stipendiati e interessi politico-malavitosi, e potrebbe coglierci ancora di sorpresa, così come ci ha colto di sorpresa la rivolta del Nordafrica. Anche quell'evento alle porte di casa non era nei conti dei nostri diplomatici, ben più attenti alle guerre intestine del loro ministero, e nemmeno nei conti di chi ci sfinisce da sempre con l'allarme dello scontro religioso con l'Islam, e non mette in conto l'ipotesi di conflitti sociali o rivolte politiche dentro l'Islam. Ben prima della crisi in Afghanistan, Iraq e Maghreb, la Bosnia ha segnato il fallimento dell'Occidente e dell'Europa. La rimozione nasce anche dalla fatica di ammetterlo. Tutti sappiamo dov'eravamo l'11 settembre 2001, quando arrivò la notizia dell'assalto alle Torri gemelle. Ma non chiedetemi dov'ero l'11 luglio 1995, quando cadde Srebrenica e iniziò l'ultimo massacro del secolo. Non me lo ricordo. Fu il triplo dei morti rispetto a New York, ma non ci fu nessuna diretta tv e nessuno se ne accorse. Srebrenica, che roba era? Un buco tra le montagne dal nome impronunciabile.

L'Europa era al mare, la storia stava finendo, il contenitore di audience era esaurito. E poi, tutto sommato, a che pro sapere? Eravamo complici. L'Europa, le Nazioni Unite, la Nato. Avevamo lasciato che il massacro avvenisse. Migliaia di musulmani bosniaci (musulmani solo per l'anagrafe, va ripetuto, in Jugoslavia il fattore religioso era secondario) erano fuggiti nell'enclave fin dal '92, all'inizio delle ostilità, perché l'Onu l'aveva dichiarata zona protetta. Fuggiti, dunque, per salvarsi la pelle. Invece, Srebrenica divenne la loro trappola. Un lager sovraffollato di denutrizione e isolamento. Che ci fosse puzza d'imbroglio lo capii ben presto, anche se non avrei mai immaginato che si arrivasse fino al massacro a cielo aperto . Oggi sappiamo tutto sui giorni del disonore, ma sulla guerra di Bosnia - già abbondantemente preparata da bugie propagandistiche - si continuano a sparare menzogne. Ancora oggi, i dirigenti serbi e croati della Bosnia del tempo vengono definiti "baluardo contro il pericolo islamista", un pericolo che venne evocato solo per meglio giustificare con la fede cristiana lo smembramento della Bosnia-Erzegovina.

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