Apertamente

editoriaI cambiamenti che il mercato editoriale sta attraversando con il passaggio al digitale della distribuzione e, in alcuni casi, dei supporti stessi per la lettura, rappresentano una sfida ma anche un’opportunità. Tratto specifico di questa evoluzione non è la disintermediazione, ma un rafforzamento del ruolo della mediazione informativa (compresa quella editoriale), realizzata però in forme nuove.

Il mondo dell’editoria sta cambiando in maniera assai rapida: =a un lato l’incontro con la rete, dall’altro la diffusione di =ispositivi di lettura finalmente capaci di sfidare la comodità della carta in moltissime =ituazioni d’uso quotidiano hanno determinato in pochi anni un mutamento =ncor più radicale di quello, pur notevole, legato al primo incontro con il mondo =ell’informatica personale nella seconda metà degli anni Ottanta e nella prima =età degli anni Novanta.

Le forme e le manifestazioni di questo cambiamento sono molteplici, e =riguardano tutti i settori dell’editoria. Sul versante =ell’editoria libraria il fenomeno più recente – ma non certo il primo – =C3� l’affacciarsi anche nel nostro paese della nuova realtà rappresentata dagli e-book, con i connessi =roblemi di scelta dei formati, gestione dei diritti, organizzazione dei contenuti. = non si tratta di un cambiamento isolato. Blog e riviste in rete affiancano =rmai da diversi anni l’editoria periodica su carta, e hanno =rogressivamente conquistato un ruolo di grande rilievo anche rispetto a una delle principali =unzioni svolte tradizionalmente dalla stampa periodica, quella di contribuire alla =ostituzione dell’opinione pubblica. Sul versante dell’editoria =ccademica e di ricerca, al fenomeno delle collezioni di testi (libri e articoli) offerte in =bbonamento dalle grandi case editrici o da aggregatori specializzati si è =ffiancata la realtà rappresentata dalle riviste ad accesso aperto e dagli =rchivi aperti. E al ruolo ormai centrale assunto dal sito web per la maggior parte dei =uotidiani (basti pensare al rilievo che hanno nel panorama italiano siti come =uelli de “la Repubblica” e il “Corriere della =era”) si affianca oggi una “terza forma”, intermedia fra versione a stampa e sito web, rappresentata da giornali e =iviste impaginati e ripensati per la fruizione su tablet multimediali =ome l’iPad.

Queste innovazioni si sono sovrapposte e accavallate in tempi assai =revi, tanto da rendere difficile una descrizione esatta dello “stato =ell’arte”, e ancor più difficile una previsione sull’evoluzione futura =el settore. Lo spazio di questo intervento non consente certo di avventurarci su tale strada, =a offre l’opportunità per qualche considerazione su un tema che, =er chi cercasse di costruire un quadro d’insieme di quanto sta succedendo, riveste =erto una particolare importanza: la reale natura e portata del processo di disintermediazione informativa in corso, e le sue conseguenze sia sulla =iliera editoriale, sia sulla diffusione dei testi e della cultura.[1]

Il termine “disintermediazione” è collegato a un =ibro per certi versi profetico: “The Next Economy”,[2] scritto nel 1983 da Paul =awken, un autore molto impegnato sul fronte del rapporto fra commercio e ambiente. =n anni più recenti, “disintermediazione” è diventata =na delle parole-feticcio del nuovo web. L’idea è che gli strumenti di rete consentano =gli utenti di svolgere autonomamente tutta una serie di attività che normalmente =ichiedevano figure di mediazione: dall’acquisto di un biglietto aereo alle operazioni =ancarie, dalla prenotazione di un albergo alla denuncia dei redditi.

E in questi casi è in effetti innegabile che un processo di disintermediazione esista, e non manchi di produrre conseguenze =ulturali, sociali ed economiche, anche sul mercato del lavoro.

Più complessa è la questione quando abbiamo a che fare con =’idea di disintermediazione informativa. Secondo i teorici di una sorta di =utonoma onnipotenza della rete nella gestione e selezione delle informazioni, =on servirebbero più giornalisti (o almeno, certe figure di =iornalisti), perché il citizen journalism reso possibile da blog e social network è =iù capillare e – grazie ai meccanismi di verifica diffusa =ell’informazione – perfino più affidabile; non servirebbero più bibliotecari, =erché gli OPAC (i cataloghi in rete delle biblioteche) e la disponibilità di =trumenti di reference online e in prospettiva di vere e proprie biblioteche digitali =e farebbero venir meno la funzione; e, nel campo dell’editoria, =on servirebbero più né librerie e librai (i libri si comprano in rete), =é editori, dato che ciascuno è in grado di pubblicare e distribuire da solo i propri =avori in formato elettronico.

Questa prospettiva, presentata con accenti opposti ma argomentazioni straordinariamente simili da tecnoentusiasti e catastrofisti, nasconde a =en vedere una notevole confusione di idee. Il citizen journalism =C3� in molti casi una risorsa preziosa, ma siamo sicuri che possa funzionare senza =essuna forma di supporto e riferimento da parte del giornalismo professionale? =iamo sicuri che abbia i mezzi per arrivare a coprire con tempestività =ualunque tipo di notizia, per permettere sempre di verificarne le fonti e valutarne correttamente l’importanza, per garantirsi l’accesso a =utti i tipi di informazione rilevante? Lo scandalo Watergate sarebbe emerso? La guerra =n Afghanistan sarebbe stata coperta nello stesso modo? In breve: siamo =avvero sicuri che la formazione e le competenze dei giornalisti professionisti =iano proprio inutili?[3]

Un discorso analogo si potrebbe fare in altri settori, ad esempio in =uello della mediazione politica. Ma a noi interessano in primo luogo il campo dell’editoria e quello della lettura. E, lungi dallo scomparire, =l ruolo della mediazione informativa tende in questi casi a rafforzarsi, anche se =erto si sposta in parte dal mondo fisico verso la rete.

Così, ad esempio, il ruolo dei bibliotecari non solo non è =enuto meno ma si è rivelato cruciale davanti al compito di aggiungere =etainformazione semantica alle informazioni disponibili in rete, di orientare =’utente-cittadino all’interno di un universo informativo in perenne mutamento =anche attraverso un lavoro di information literacy, alfabetizzazione informativa =iù che semplice alfabetizzazione informatica), di integrare informazione a =tampa e informazione online, di trasferire in digitale l’informazione =isponibile su carta, di lavorare per garantire la conservazione a lungo termine anche dell’informazione in formato digitale, e così via. E =’altro canto chi dovrebbe realizzare e curare gli OPAC o – affiancando prevedibilmente =igure editoriali specializzate – la gestione delle biblioteche digitali, se non i =ibliotecari? Possiamo ormai dire con cognizione di causa che non solo la professione =el bibliotecario non è sparita, ma che nell’era del digitale =i tratta anzi di una delle professionalità più interessanti e con maggiori =rospettive di sviluppo.

Più problematica è certo la situazione di librai e =ibrerie. La necessità di luoghi fisici di vendita distribuiti sul territorio si indebolisce con =a creazione delle grandi librerie online, e tende progressivamente a venir =eno con il passaggio al digitale dei contenuti. L’idea del =ibraio-amico, lettore onnivoro e competente, capace di conoscere il cliente e di suggerirgli =n maniera quasi infallibile il libro più adatto, corrisponde =urtroppo sempre più – nell’era delle librerie megastore – a una =orta di mito romantico. E d’altro canto i sistemi di filtraggio collaborativo dell’informazione, =he permettono a librerie online come Amazon di suggerirci i libri più interessanti =ulla base dell’analisi dei nostri comportamenti d’acquisto =recedenti, del modo in cui ci muoviamo nel sito della libreria, e dell’analisi dei =omportamenti di lettori dai gusti simili ai nostri, si rivelano spesso sorprendentemente =ccurati, almeno in presenza di una larga base di utenti che gli algoritmi del =ito possano “studiare”.

Difficile, dunque, che la sopravvivenza delle librerie possa =ffidarsi solo al libro come oggetto fisico e al fascino del libraio-amico. Una =rospettiva assai più interessante potrebbe essere invece rappresentata dalla =rogressiva trasformazione di molte librerie in circoli di lettura e di servizio =ttorno al libro, in cui sviluppare anche in presenza l’aspetto sociale =ella lettura. Una prospettiva che potrebbe portare ad avvicinare ancor più, in =uturo, librerie e biblioteche.

E naturalmente – pur di fronte a una forte tendenza alla =oncentrazione – crescerà lo spazio per le librerie in rete, che si trasformeranno progressivamente, come del resto ha già fatto Amazon, in =iattaforme per l’acquisto e per la discussione sociale non solo per libri a =tampa ma anche e sempre più per libri elettronici e contenuti digitali.

E gli editori? Saranno davvero travolti dal fai da te in rete e dal =I>print on demand? Anche in questo caso, la notizia della morte della =ediazione editoriale è a mio avviso decisamente prematura. Certo, in alcuni =ettori – in cui esiste a monte un meccanismo affidabile di validazione e di =elezione dei contenuti – le forme tradizionali di mediazione editoriale =ambieranno. In particolare, il mondo della ricerca potrà in molti casi organizzare =eccanismi vantaggiosi di circolazione aperta dei propri contenuti, ad esempio =ttraverso il sistema già ricordato degli archivi aperti.

La situazione però cambia se dalla ricerca specialistica =assiamo alla divulgazione, alla saggistica, alla narrativa, insomma =ll’editoria di consumo (che può in molti casi essere anche editoria di qualità) =estinata al grande pubblico. Qui il discorso non è più interno a una =omunità ristretta di esperti, e richiede un lavoro di selezione e mediazione editoriale assai diverso, =on professionalità specifiche. È difficile immaginare che questo =uolo possa essere assunto direttamente da una sorta di “auto-organizzazione =ntelligente” degli utenti in rete. Certo, la disponibilità di modelli per la =istribuzione gratuita dei contenuti – come le licenze Creative Commons, uno =trumento giuridico di estremo interesse, che consente all’autore di conservare =lcuni diritti sull’opera pur garantendone la libera circolazione (e di =elezionare quali diritti conservare: attribuzione, modifica, circolazione solo in forma =on profit)[4] – permette =ià oggi di realizzare forme di distribuzione aperta e “disintermediata” di =rande rilievo. E il filtraggio collaborativo può in questi casi far emergere tendenze e =rodotti “popolari” o di particolare importanza. Ma si tratta di =trumenti destinati solo ad affiancare e integrare – non a sostituire – la =ediazione editoriale professionale, rispetto alla quale saranno anzi possibili forme =nnovative di ibridazione.

Per sopravvivere al passaggio in digitale di molta parte dei =ontenuti, il mondo dell’editoria deve dunque imparare a muoversi anche in =ete, e rafforzare anche in rete la funzione che gli è propria: offrire non solo la =era riproduzione del libro (a stampa o in digitale), ma soprattutto e in =rimo luogo dei servizi di mediazione informativa legati all’opera: la =alidazione scientifica, la buona redazione editoriale, la promozione attraverso =eccanismi che ne migliorino la visibilità, la capacità di far crescere e =alorizzare anche professionalmente sia i propri autori, sia i propri lettori, una linea editoriale che sia espressione di una politica culturale consapevole e condivisibile, e così via. Passata la fase del print on =emand – che molti considerano la grande rivoluzione dell’editoria ma che =appresenta a parere di chi scrive piuttosto un tipico fenomeno di transizione, legato =lla mancanza di buoni supporti per la lettura in ambiente digitale, e che =unque ha senso solo nel periodo (certo non necessariamente breve) di passaggio =erso dispositivi di lettura e meccanismi di distribuzione più evoluti e =unzionali – saranno esclusivamente queste capacità di servizio che potranno =arantire non solo la sopravvivenza ma il successo di una casa editrice. Nel mondo =igitale, con i limiti già ricordati, la funzione di mediazione informativa =ipica dell’editore non solo non scompare ma viene esaltata: =isognerà però saperla svolgere in forme nuove.

Se lo si saprà fare, si apriranno nuovi spazi anche per la =romozione e la diffusione della lettura, un campo nel quale nel nostro paese molto =esta ancora da fare.[5] Politiche efficaci di promozione del libro e =ella lettura richiedono infatti una presenza forte, autorevole, visibile del mondo editoriale. E questa presenza richiede a sua volta editori capaci di =ffrontare e vincere le sfide della rivoluzione digitale, sapendone cogliere le potenzialità. L’arroccamento e le resistenze =ll’innovazione non danneggiano solo gli editori, ma anche il paese; al contrario, la capacità di =perimentare e di utilizzare al meglio le nuove tecnologie e i nuovi supporti non sono =olo la strategia migliore per garantire la sostenibilità economica e il =uolo culturale delle case editrici, ma anche il modo più efficace per favorire la =rescita sociale e civile del paese e lo sviluppo del suo mercato culturale.

 

Scritto da Gino Roncaglia Martedì 22 Febbraio 2011

 

News - Notizie

Galleria fotografica

logo

L'Associazione, senza fini di lucro, ha lo scopo di promuovere e diffondere i valori e la cultura del riformismo, i valori della giustizia sociale e delle libertà civili. Nel solco della storia e della cultura del socialismo democratico e del liberalismo, l'Associazione si propone di affrontare i diversi temi politici, economici e sociali, attraverso il metodo dell'analisi e della discussione.
L'Associazione si propone di realizzare occasioni pubbliche di incontro e dibattito al fine di diffondere e radicare nella società un approccio intellettuale concreto ed oggettivo nell'analisi dei problemi del mondo contemporaneo, con particolare riguardo alla realtà locale/regionale.

Array

NOTA! Nel rispetto della Direttiva 2009/136/CE, continuando a navigare nel sito si accetta l'utilizzo dei cookies. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information