Apertamente

Le memorie di Carlo Spagnul, avvincenti e ricchissime di dati, costituiscono un’ulteriore occasione di addentrarsi nei mille risvolti individuali e collettivi di quel grande evento distruttivo quale fu la Prima guerra mondiale, tragico trauma insuperabile per gli ex-sudditi delle province meridionali dell’impero. Oggi più che mai il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia evidenzia, nella crisi generale dei valori e nell’assenza della buona politica, la distanza dal progetto unitario in tante altre aree del nostro paese.

La memoria della Grande guerra, travolta da fiumi di retorica, si arricchisce di nuovi studi quasi esclusivamente nelle ex terre irredente, Trentino e Venezia Giulia.

L’insoddisfazione nei confronti dell’oggi accentua la spinta alla riscoperta di identità perdute o a rischio, soprattutto in ambito culturale. Il fenomeno presente anche in altre parti d’Europa emerge con particolare vivezza alla frontiera orientale dove l’interesse per la ricerca, la cura per le fonti della memoria (diari, corrispondenza, fotografie, oggettistica e quant’altro) coinvolge la terza generazione. Lo conferma l’amorevole cura di Carlo Bressan per la testimonianza di Carlo Spagnul, da lui conosciuto in tenera età nel corso di magiche serate trascorse in compagnia del babbo, collega del maestro Ettore Tramontin.

A lui va il merito di aver raccolto e redatto la narrazione di Carlo Spagnul, divenuta un testo di straordinario interesse grazie alla personalità esuberante e positiva dell’autore, dotato, tra l’altro, di grande capacità di osservazione e di autoironia (”Le mie memorie. Un friulano dal Brasile al K.U.K. I.R. 97° Dèmoghela nei Carpazi, in Cina e in Siberia”, Gaspari editore). Lo rileviamo sin dalle prime pagine dedicate all’esperienza dell’emigrazione in Brasile, condivisa dalle genti dell’agro monfalconese e di altre regioni del Regno d’Italia. La miseria, le fatiche affrontate dai genitori non offuscano la gioia di vivere di un bambino libero di correre, di giocare insieme ai due fratellini in spazi immensi, di scoprirne le tante meraviglie.

Nel percorso di guerra, enorme per estensione geografica, emergono tratti comuni e caratteristici per migliaia di coscritti dell’esercito austroungarico, di ogni nazionalità, a partire dalla traumatica partenza per il fronte galiziano, nell’estate del 1914, fino al sospirato ritorno, avvenuto nel febbraio 1920. Colpisce in Carlo Spagnul la totale estraneità alla violenza; la sua guerra è un susseguirsi di tentativi ben riusciti di sottrarsi all’obbligo di rispondere al fuoco nemico o, peggio ancora, di sparare per primo. Il nostro protagonista si difende dall’orrore del sangue e della morte, con cui inevitabilmente viene a contatto, privilegiando la sua attenzione nei confronti dell’ambiente fisico, i rapporti umani con i compagni d’armi, familiarizzando, dove possibile, con il nemico e con la popolazione civile di cui descrive fisionomie, usi, costumi, ambienti.

di Marina Rossi

Tratto da Il Piccolo del 29 gennaio 2011

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