Apertamente

di Marcantonio Caltabiano e Alessandro Rosina da LaVoce.info del 14/4/2017 - Dopo i grandi progressi del secolo scorso, per alzare ancora l’aspettativa di vita è necessario guadagnare anni in età sempre più avanzata. Ma anche rispetto a questo obiettivo si registra in Italia un aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali. Un passato di grandi progressi. Ha suscitato molta attenzione, nei media, il dato Istat sulla riduzione dell’aspettativa di vita nel 2015, riproposto nell’edizione 2016 del rapporto Osservasalute.
Per capire quanto dobbiamo preoccuparcene, è utile contestualizzarlo all’interno del percorso di crescita della longevità in Italia. La durata media della vita umana è stata per millenni confinata su valori molto bassi. Al primo censimento dell’Italia unita il valore era di poco superiore ai 30 anni, conseguenza di una elevatissima mortalità infantile e di rischi di morte che rimanevano alti anche in età giovanile e adulta. All’inizio del XX secolo l’aspettativa di vita (prendiamo quella femminile come riferimento) sale a 43 anni. A metà del secolo, con il censimento del 1951, il valore è di 67,2 anni. Nel 2001, risulta pari a 82,8 anni.
Una lunga cavalcata che ci ha portati a essere uno dei paesi più longevi al mondo. Sempre nel XX secolo, la probabilità per una nuova nata di arrivare fino ai 60 anni è passata dal 44,5 al 94,5 per cento. Significa che, dopo aver beneficiato della riduzione dei rischi di morte in età infantile, giovanile e adulta, ora la sfida si fa sempre più difficile, perché per alzare l’aspettativa di vita è necessario guadagnare anni in età sempre più avanzata. Ci stiamo riuscendo, anche se a ritmi un po’ meno sostenuti rispetto al passato.
Se dal 1961 al 2001 l’aspettativa femminile si è innalzata in media di 0,26 ogni anno, dal 2001 al 2011 l’incremento è stato pari a 0,16. Dal 2011 al 2016 di 0,14 l’anno, inferiore a quanto prefigurato dall’Istat con lo scenario centrale delle proiezioni con base 2011, ma superiore rispetto allo scenario basso (figura 1).
In questo secolo, la vita femminile ha mostrato variazioni negative in tre anni (2003, 2005, 2015), seguite da variazioni positive più che compensative (nel 2004, 2006 e 2016), con periodi di stasi (dal 2006 al 2009) e periodi di accentuata crescita (dal 2012 al 2014).
Non solo quindi il ritmo di incremento è più lento che in passato, ma è diventato più comune avere anni con segno negativo.
Figura 1 – Aspettativa di vita femminile. 2002-2016 (dati osservati e previsioni Istat con base 2011)
Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat; 2016 dato stimato.
Un presente incerto
L’ultima variazione con segno negativo è quella del 2015. L’arretramento rispetto al 2014 è stato di 0,2 anni per gli uomini (da 80,3 a 80,1) e di 0,4 per le donne (da 85,0 a 84,6).
Quali sono state le possibili cause? Vanno annoverati un’epidemia influenzale invernale particolarmente forte (non solo in Italia) tra le persone di età più avanzata (più vulnerabili anche per un calo delle vaccinazioni) e un mese di luglio con temperature eccezionalmente elevate. Verosimilmente vi è stato anche un “recupero” dei decessi non avvenuti nei due anni precedenti (nel 2013-14), nei quali si era registrata una mortalità sensibilmente più bassa.
Come accaduto dopo il 2003, nel 2016 si osserva un rimbalzo verso l’alto: le prime stime Istat indicano un’aspettativa di vita pari a 80,6 per gli uomini e 85,1 per le donne (nuovo massimo storico per l’Italia).
Ci sono tuttavia due aspetti negativi. Il primo è che il Mezzogiorno continua a restare indietro, o persino ad arretrare, rispetto al Centro-Nord. Se nel 2002 l’aspettativa di vita era più bassa di 0,2 anni per gli uomini e di 0,7 per le donne meridionali rispetto al valore nazionale, nel 2016 la differenza è rimasta invariata per le donne ed è salita per gli uomini a 0,7 anni. Segno che le politiche sanitarie attuate nell’ultimo quindicennio non hanno dato risultati in questo campo.
Il secondo è che l’aspettativa di vita femminile osservata nel 2016 resta inferiore a quella che l’Istat aveva previsto (figura 1), confermando il possibile ingresso in un percorso di rallentamento dei progressi.
Cosa possiamo aspettarci per il futuro? La vita continuerà ad allungarsi, ma con quale ritmo non è scontato. L’entità del miglioramento dipende dai progressi della medicina, dagli avanzamenti della tecnologia sulla possibilità di monitorare le proprie condizioni di salute (soprattutto per i soggetti più a rischio) e dagli stili di vita. I fattori alla base dei miglioramenti non procedono in modo omogeneo nelle varie categorie sociali, sono quindi possibili inasprimenti nelle diseguaglianze.
Va inoltre considerato che la popolazione anziana è in forte crescita in Italia, in particolare quella in età molto avanzata. Gli over 80 erano mezzo milione al censimento del 1951, sono oggi oltre 4 milioni e raddoppieranno entro la metà del secolo. Dato che i rischi da ridurre sono sempre più concentrati in quella fase della vita, basta un anno con condizioni meno favorevoli, legate al clima o a una influenza più seria, per produrre un sensibile incremento dei decessi, con ricadute evidenti sull’indicatore congiunturale dell’aspettativa di vita. Aumento delle disuguaglianze (sociali e territoriali) e oscillazioni negative sono segnali che dovrebbero imporre una riflessione attenta sulle strategie di protezione e promozione della salute pubblica in una popolazione che invecchia.

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