Apertamente

Sono passati più di 50 anni da quella sera in cui papà, al mestri, tornò a casa con un pacco contenente un quaderno a righe riempito con una grafia fitta fitta, perfetta, che racchiudeva un mondo di avventure: era, il diario di Carlo Spagnul, un uomo normale, un contadino di Aiello, in uno scenario eccezionale, la prima guerra mondiale. Quel bambino rimase affascinato dalla lettura di storie legate a uomini e luoghi lontani e sconosciuti (dalla Galizia alla Cina, dall’Ucraina alla Siberia), dal ritratto di un clima umano, storico a culturale che ci riporta alla mente i quadri di Roth e di Hasek, o più semplicemente i nomi e le vicende di quei seimila fantasmi di friulani (questo il numero documentato recentemente dal ricercatore Giorgio Milocco in un suo pregevolissimo lavoro) che il primo conflitto mondiale l’avevano combattuto nelle file dell’impero asburgico. Erano i friulani orientali, gli ignorati, i dimenticati.

Il bambino crebbe con un profondo amore per la sua Aiello e per la storia dei suoi abitanti, importanti o meno. Quel bambino di oltre 50 anni fa è Carlo Bressan, che oggi ha deciso di condividere con i lettori (grazie all’intervento dell’editore Paolo Gaspari) il diario di Spagnul, preziose e nitidissime memorie affidate nel 1953 alla penna del maestro Ettore Tramontin, insegnante elementare di Carlo e collega del padre Ulderico, al mestri citato all’inizio. «Non si tratta – precisa Bressan nella presentazione del volume – di improbabili nostalgie dell’impero austro-ungarico (di cui Aiello e il Friuli orientale facevano parte, ndr), ma semplicemente del desiderio di capire e ricordare come si è formato il mio Paese, l’Italia, senza rimuovere pezzi di memoria».

Ma com’è questo diario? Che stile ha? Che umanità racchiudono le sue pagine? Ce lo spiega subito la storica Marina Rossi, autrice della prefazione: «Colpisce di Carlo Spagnul la totale estraneità alla violenza. La sua guerra è un susseguirsi di tentativi ben riusciti di sottrarsi all’obbligo di rispondere al fuoco nemico o, peggio, di sparare per primo. Il nostro protagonista si difende dall’orrore del sangue e della morte, con cui inevitabilmente viene a contatto, privilegiando la sua attenzione nei confronti dell’ambiente fisico, i rapporti umani con i compagni d’armi, familiarizzando, dove possibile, con il nemico e con la popolazione civile, di cui descrive fisionomie, usi, costumi e ambienti». Spagnul nacque in Brasile nel 1891, in una famiglia di emigranti aiellesi. Nel diario descrive molto bene luoghi e persone, nonché il lavoro (la coltivazione del caffè), ma non tralascia i problemi di salute (malattia agli occhi) e i continui furti subiti dalla sua gente fino a costringere la famiglia a tornare in Friuli negli anni Dieci. Poi Carlo va alla guerra. E ci va nelle fine del 97° imperial-regio reggimento, il famoso Démoghela. Combatte sui Carpazi, in Croazia e in Galizia, dove è uno dei pochi sopravvissuti della battaglia di Leopoli (la descrizione del massacro è in perfetta sintonia con quella lasciataci da Scipio Slataper). Carlo nel 1917 diserta per sottrarsi a morte sicura, è prigionerio e lavora nella Russia infiammata dall’Ottobre rosso, si sposta in Siberia e in Cina, dove, nel 1918, viene arruolato nel distaccamento della Regia marina italiana. Infine, il rimpatrio, ormai non più atteso, nel 1920 via Vladivostok, Shanghai, Hong Kong, Ceylon, Aden, Porto Said e Trieste. Il viaggio terreno di Carlo Spagnul si conclude nel 1974: riposa nel cimitero della sua Aiello, un comune che aveva dato 473 soldati all’esercito asburgico («praticamente uno per famiglia» chiosa Bressan), non più fantasmi in armi, figli di una terra di confine che ha visto non soltanto scontri, ma anche incontri e amicizie tra popoli e culture diversi.

di Nicola Cossar

Tratto dal Messaggero veneto del 28 gennaio 2011

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