Apertamente

di Franco Belci del 6/3/2017 - La personalizzazione della politica ha portato ad enfatizzare la leadership oltre ogni ragionevole misura e a identificare il leader soprattutto nella dimensione univoca della sua rappresentazione mediatica. Eppure la leadership è condizione infinitamente più impegnativa e complessa. E’ autorevolezza, non autoritarismo, governo, non comando. E’ ricerca di ciò che unisce, non di ciò che divide, capacità di sintesi, non imposizione di una tesi. E’ rappresentanza di tutta una comunità, con la necessaria e spesso difficile ricerca di mediazioni; impegno a interpretare il pluralismo, non emarginazione e irrisione di chi non la pensa come te. E’ dovere di rispondere alle richieste di chi contesta le tue scelte, non chiusura burocratica di un’assise nazionale come se fosse una qualsiasi assemblea di condominio. Insomma, la qualità di un leader si misura soprattutto nella capacità di unire, di valorizzare la propria comunità anche nelle sue differenze e specificità. Invece Matteo Renzi ha sempre avuto bisogno di un nemico, senza il quale il suo messaggio non è efficace e la sua immagine si appanna.
Sarebbe già un limite grave cercarla nel campo opposto (opposto?): l’antiberlusconismo, che è stato per vent’anni la cifra della sinistra, ha finito per configurarsi in realtà come subalternità a chi si voleva combattere e rinuncia all’elaborazione di un pensiero proprio.
Cercare il “nemico” nella propria metà campo è però puro autolesionismo: eppure i “nemici” principali che Renzi si è accuratamente scelto sono stati soprattutto il sindacato e la sinistra interna, in particolare per due scelte fonte di conflitti acuti ed inutili, visto che entrambe le riforme sono fallite (checchè ne dica il sempre più grottesco Poletti; la Giannini non può dire niente perchè è stata sacrificata per la causa): jobs act e scuola.
E per meglio accentuare il distacco, l’ex premier si è scelto amicizie esattamente contrapposte: Marchionne (che, a suo giudizio, avrebbe fatto per i lavoratori molto più dei sindacati), l’associazione degli industriali, il mondo della finanza.
Anche il viaggio in California si spiega con la stessa chiave di lettura: irrisione nei confronti di chi, in Italia, continua a discutere e soffrire sulle divisioni del partito del quale è stato segretario, considerate inutili perdite di tempo, mentre lui “fa”, andando alla ricerca di modelli di importazione moderni ed efficaci, di “idee per battere i populismi e rilanciare la sinistra” in quella che evidentemente ritiene la patria dell’innovazione.
Se fosse meno presuntuoso e supponente, se non fosse attento soltanto alla sua immagine, se si liberasse solo per un momento dalla fame di “fare,” per riflettere, ascoltare, confrontarsi non solo col suo stuolo di yes man (and woman), si renderebbe conto di aver bisogno di una rinfrescatina alle sue conoscenze.
Lasciamo stare l’inglese: per quello c’è l’interprete.
Ciò che è più preoccupante è l’immagine da carta patinata dell’ <<America>>, oggi più catalizzatore che antidoto al populismo, e della California come modello di sviluppo proprio nel momento nel quale le crepe della sua crisi corrono dalle strutture materiali a quelle della conoscenza; proprio quando la Silicon Valley si è trasformata da patria del capitalismo illuminato, della valorizzazione delle intelligenze, del merito e della creatività, a sede di chi elude le tasse, accentua le diseguaglianze, rattrappisce il sistema universitario, diventato una prerogativa per ricchi o fonte di indebitamento delle famiglie “normali” per tutta una vita.
Insomma, non si può colmare un vuoto di idee e di elaborazione con un viaggio.
La leadership è un’altra cosa.

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